Unlimited HostingFree Drupal ThemesFree Drupal Themes

Napoli in Champhions League 2011/12

Accesso utente
Il Fatto Quotidiano
Chi è on-line
Ci sono attualmente 0 utenti e 2 visitatori collegati.

Pensieri e Parole

Share this

In piazza il 15 ottobre!


Con gli Indignati. Le adesioni crescono giorno dopo giorno. Arrivano da esponenti della classe politica e da settori sempre più ampi della società civile. L’obiettivo è dare forza alla manifestazione nazionale promossa dagli Indignati italiani per il 15 ottobre a Roma e denunciare gli errori del governo Berlusconi nella gestione della crisi economica. E dopo l’annuncio della partecipazione del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, arriva quella del Popolo Viola: “Condividiamo la critica alla strategia neoliberista, incentrata su un sistema economico perverso e demenziale, che antepone il profitto dei grandi centri di interesse al benessere dell’individuo”.

La protesta diffusa del Popolo Viola. Per i Viola, “la manovra finanziaria che il governo Italiano ha predisposto per uscire dalla crisi è l’ennesimo colpo mirato alla cancellazione del diritto al lavoro, all’istruzione e al welfare”. Il tentativo è quello di predisporre un exit strategy che metta al centro “un’altra via, fondata su un linguaggio comune a tutti gli esseri umani, che trova spazio condiviso nei confini della democrazia e nei princìpi della Costituzione”. Non solo. Sul versante organizzativo, i Viola promettono di diffondere la protesta “promuovendo la maggior partecipazione possibile attraverso i propri canali e territori”.

29 aprile 1990 bravi, buoni, bis! Scudetto al Napoli, capitolo 2


[Carmen Luongo, tuttonapoli.net]

Era il 29 aprile di 21 anni fa, Napoli dopo tre anni si ritrova di nuovo ad essere la capitale del calcio italiano. In un San Paolo, in fase di rifacimento per i Mondiali di Italia '90, arrivava la Lazio, al Napoli bastava un punto per consacrarsi Campione d'Italia. Le orecchie erano attaccate alle radioline bisognava conoscere il risultato che arrivava da San Siro, c'era il Milan, distanziato da soli due punti, che affrontava un ormai salvo Bari. Pronti, via, dopo appena sette minuti, arrivò il vantaggio La rete arrivò dalla testa di un difensore, Marco Baroni, che, grazie ad un calcio di punizione battuto dal piedino fatato di Maradona, riuscì a saltare più in alto di tutti e a beffare la difesa laziale. La festa ebbe inizio, la squadra si riversò, tutta,sotto la curva, i calciatori fecero capire che quella partita sarebbe finita con una vittoria. Infatti fu così, per 80 minuti fu un duello tra Maradona e il portiere laziale Fiori, il primo voleva segnare una rete per dedicarla alla madre in tribuna, il secondo voleva negare questa gioia al calciatore più forte di tutti i tempi. Triplice fischio del signor Sguizzato di Verona, Napoli a te la festa. Il Milan aveva calato il poker al malcapitato Bari,ma poco importava. Il Napoli con una giornata di anticipo era diventato, per la seconda volta nella sua storia, Campione di Italia. Fu lo scudetto più bello, più difficile da raggiungere, più soddisfacente da ricevere. Fu lo scudetto di Albertino Bigon (padre di Riccardo, l'attuale ds azzurro), che ereditando la panchina da Ottavio Bianchi, colui che riuscì a portare per la prima volta lo scudetto a Napoli, aveva l'arduo compito di ripetere le gesta del suo predecessore, riuscendoci alla grande. Fu lo scudetto del gruppo, che nonostante la delusione di due stagioni a bocca asciutta riuscì a dimostrare, che il Napoli non aveva nulla da invidiare dalle grandi del nord. Fu lo scudetto di Carmando, che con un gesto di arguzia e furbizia, consigliò ad Alemao di restare atterra quando fu colpito da una monetina durante Atalanta-Napoli, per quell'episodio fu data la vittoria a tavolino ai partenopei. Fu la vittoria dei tifosi che non avevano mai smesso di sperare e di sognare in quella squadra, neanche quando al San Paolo, due anni prima avevano dovuto applaudire il Milan, che dopo un campionato monopolizzato dal Napoli, strappò dalle maglie azzurre, uno scudetto che sembrava già cucitoci sopra.

Nani e ballerine, il circo B. in tribunale


[www.ilfattoquotidiano.it, Elena Rosselli, 29 marzo 2011]

Da Aida Yespica a Franco Frattini. Dalla Gelmini ad Apicella. E ancora: Bonaiuti, Belen, Carfagna
Al processo per prostituzione minorile depositate le liste testi. Dentro, c'è tutto il mondo del premier

Nani e ballerine, il circo B. in tribunale

E' un processo, ma sembra un reality show. In vista del 6 aprile accusa e difesa cominciano a scoprire le carte. La procura chiede 136 testimoni: i pm vogliono in aula l'ex questore di Milano e tutte le papi-girl di via Olgettina 65. La difesa indica, invece, solo 78 testi. Tra loro ministri, attori e cantanti. Al centro di tutto, resta comunque la figura di Ruby. La ragazza, ospite di Arcore per tredici volte quando era ancora minorenne, nei suoi verbali ha detto di tutto e il contrario di tutto. In parte, secondo l'accusa, perché le sarebbe stato consigliato "di fare la pazza". In parte perché il presidente del Consiglio rappresenta per la ragazza una sorta di gallina dalle uova d'oro. Un fatto, comunque, è certo. Dalla lettura dei suoi verbali integrali che qui pubblichiamo (leggi), emerge uno scenario da suburra. Con maitresse che gestiscono giri di baby prostitute, danarosi settantenni sempre a caccia di ragazzine e grandi alberghi trasformati in case d'appuntamento per escort d'alto bordo. Insomma, una Milano segreta raccontata dall'interno.

Ministri e ministre, un attore, un cantante, una conduttrice tv, un calciatore e una schiera di showgirl. La difesa di Silvio Berlusconi chiama a testimoniare 78 testi più da cast che da tribunale. Oltre alle fedelissime ministre, Gelmini e Carfagna, i legali del premier hanno citato George Clooney ed Elisabetta Canalis, Barbara d’Urso e Carlo Rossella, Mariano Apicella e Belen Rodriguez fino a Cristiano Ronaldo. Doppio ruolo per Ruby. La ragazza marocchina che ha messo nei guai Berlusconi, non solo è presente nella lista dei testimoni indicati dalla difesa, ma anche in quella depositata questa mattina in cancelleria dalla procura. Ruby testimonierà quindi sia per l’accusa che per la difesa nel processo per concussione e prostituzione minorile a carico del presidente del Consiglio che inizierà il 6 aprile prossimo davanti al collegio della quarta sezione penale del tribunale di Milano.

Nella lista depositata dai procuratori aggiunti Ilda Boccassini, Pietro Forno e dal pm Antonio Sangermano compaiono 136 testimoni. Oltre al nome della giovane marocchina, compaiono altre 32 ragazze maggiorenni che, secondo la Procura, hanno partecipato ai festini ‘hot’ ad Arcore. Tra gli altri, sono stati convocati in aula anche l’ex questore di Milano Vincenzo Indolfi, il Capo di Gabinetto Pietro Ostuni e gli altri funzionari e agenti (anche Giorgia Iafrate) presenti negli uffici di via Fatebenefratelli nella notte tra il 27 e il 28 maggio scorsi. Vale a dire quando Ruby, fermata con l’accusa di furto, dopo le telefonate del presidente del Consiglio e del suo caposcorta, venne affidata al consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti. Nell’elenco della Procura compaiono anche i nomi della stessa Minetti, dell’agente dei vip Lele Mora, del direttore del Tg4 Emilio Fede e anche i genitori di Ruby.

Nella lista dei 78 testimoni citati dalla difesa di Silvio Berlusconi compaiono invece i nomi dei ministri Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna, Franco Frattini e Giancarlo Galan. Nell’elenco, depositato oggi nella cancelleria della quarta sezione penale del tribunale di Milano, oltre ai parlamentari del Pdl Paolo Bonaiuti, Valentino Valentini, Maria Rosaria Rossi e Daniela Santanchè sono stati convocati come testi Elisabetta Canalis e George Clooney, le showgirl Aida Yespica, Belen Rodriguez e Miriam Loddo, la conduttrice televisiva Barbara D’Urso, il cantante Mariano Apicella, il giornalista Carlo Rossella, la parlamentare europea Licia Ronzulli e l’attaccante del Real Madrid, Cristiano Ronaldo.

Le ministre Gelmini e Carfagna sono state citate in merito alla loro partecipazione a “cene/serate presso la residenza di Arcore dell’on. Silvio Berlusconi e sulle modalità di svolgimento di tale eventi conviviali”. Inoltre le due esponenti del Pdl sono state convocate in merito alle “modalità e tempi” nei quali avevano conosciuto Karima El Mahroug e su dove si trovassero e come abbiano trascorso la serata del 14 febbraio 2010 quando, secondo l’accusa, per la prima volta Ruby partecipò a una festa a villa San Martino. La convocazione di Ronaldo riguarda la sua presunta conoscenza di Ruby. La ragazza aveva infatti affermato di averlo conosciuto.


Sul fronte parlamentare, la maggioranza dei componenti della Giunta per il Regolamento della Camera si è espressa contro l’idea di far votare l’Aula sulla decisione di sollevare o meno conflitto di attribuzione sul caso Ruby contro il Tribunale di Milano. La Giunta per il Regolamento, convocata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, per avere un parere sull’iter da seguire dopo la richiesta dei tre capigruppo del centrodestra di sollevare conflitto di attribuzioni, non esprime un giudizio nel suo complesso con tanto di votazione finale. Sono solo i singoli deputati che danno delle loro valutazioni. E, fino ad ora, tranne il Pdl, la Lega e i Responsabili, hanno detto tutti “no” all’idea di far votare l’Aula.


Dopo aver ascoltato il parere dei singoli componenti della Giunta, il presidente della Camera Gianfranco Fini fa sapere che domani formulerà il suo parere. E lo farà nell’Ufficio di presidenza che è stato convocato per domani mattina alle 9. In più, visto che sulla procedura relativa alla sollevazione del conflitto di attribuzione a Montecitorio c’è una lacuna nel regolamento e a decidere è sempre stata la prassi, il presidente della Camera ha nominato Gianclaudio Bressa (Pd) e Antonio Leone (Pdl) relatori con il compito di “definire in modo compiuto la normativa all’interno del regolamento parlamentare”.  Toccherà poi a Fini decidere in concreto il da farsi e già per domani è prevista la convocazione dell’Ufficio di presidenza. Potrebbe essere quella la sede nella quale il presidente di Montecitorio prenderà la decisione definitiva.

Per prassi, infatti, è sempre stato l’Ufficio di presidenza della Camera a decidere se sollevare o meno il conflitto di attribuzioni. Sul “caso Ruby”, però, la terza carica dello Stato, potrebbe decidere di fare un’eccezione, visto che non ci sono precedenti analoghi, rinviando direttamente all’Assemblea della Camera il compito di decidere.

Napoli, obiettivo un milione


Napoli caput mundi. La domenica è come se l'intera città si muovesse verso il San Paolo. I numeri sono tutti a favore della squadra partenopea, che col passare dei mesi e delle giornate di campionato ha moltiplicato con costanza il numero dei suoi spettatori.
Dal 19 agosto secondo dati ufficiali, i supporters presenti alle sfide del Napoli sono arrivati a toccare il milione, ovvero esattamente 919.443. Una cifra da capogiro che rispecchia al 100% l'amore e la dedizione della tifoseria verso la squadra di Mazzarri, cifra che deve tanto all'ottima posizione in classifica, all'ottimo campionato e all'attenzione puntata con l'occhio di bue sugli azzurri da parte dei media.
Il picco il San Paolo l'ha ottenuto con la gara vinta contro la Juventus con più di 60 mila teste paganti, subito seguita dalla sfida contro Milan, Liverpool e Roma: contro i giallorossi il numero era decisamente inferiore ed era la prima uscita stagionale tra le mura domestiche di Lavezzi e compagni. In campionato poi la città partenopea ha risposto negativamente solo tre volte, scendendo sotto i 30mila spettatori. I prossimi appuntamenti saranno contro Lazio ed Udinese, sulla carta delle sfide magari poco significative, ma alla luce dell'attuale situazione in classifica, lo spettacolo sarà assicurato. Lo spettacolo sarà assicurato soprattutto nell'ex casa di Maradona, dove l'obiettivo sarà arrivare a cifra tonda: a quota 1 milione.

[wwww.tuttomercatoweb.com, Giulia Borletto, 26 marzo 2011]

Scalfari: 'La profezia perfetta del Caimano'


La sequenza finale del film 'Il caimano' di Nanni Moretti doveva andare in onda nel corso della trasmissione 'Parla con Me' condotto da Serena Dandini ma il l vice direttore generale della Rai, Antonio Marano, ha chiesto di 'tagliare' la scena, riducendola da sette a tre minuti. Di conseguenza il regista del lungometraggio d'accordo con la direzione di Rai Tre ha deciso di non mandarla in onda affatto. La motivazione addotta da Marano è che la messa in onda della sequenza avrebbe svalutato il prodotto in vista di una possibile trasmissione del film su altri reti Rai. La scena contestata:

Art Project powered by Google...Questa si che è una figata!!!


‘Art Project’ is a unique collaboration with some of the world’s most acclaimed art museums to enable people to discover and view more than a thousand artworks online in extraordinary detail.
You can:

  • Explore museums with Street View technology: virtually move around the museum’s galleries, selecting works of art that interest you, navigate though interactive floor plans and learn more about the museum and you explore.
  • Artwork View: discover featured artworks at high resolution and use the custom viewer to zoom into paintings. Expanding the info panel allows you to read more about an artwork, find more works by that artist and watch related YouTube videos.
  • Create your own collection: the ‘Create an Artwork Collection’ feature allows you to save specific views of any of the 1000+ artworks and build your own personalised collection. Comments can be added to each painting and the whole collection can then be shared with friends and family.

Google approached the museum partners without any curatorial direction, and each museum was able to chose the number of galleries, artwork and information they wanted to include, based on reasons specific to them. All content in the information panel pertaining to individual artworks was also provided by the museums.

The high resolution imagery of artworks featured on the art project site are owned by the museums, and these images are protected by copyright laws around the world. The Street View imagery is owned by Google. All of the imagery on this site is provided for the sole purpose of enabling you to use and enjoy the benefit of the art project site.

Explore museums from around the world, discover and view hundreds of artworks at incredible zoom levels, and even create and share your own collection of masterpieces.

Cassano al Milan...


...arrivano le elezioni e Berlusconi riprende la campagna acquisti

[20 dicembre 2010, di Matteo Lunardini, Il Fatto Quotidiano]

Ogni volta che la campagna elettorale sembra vicina i rossoneri tornano sul mercato. Quest'estate è successo con Ibra e Robinho, ora con il talento di Bari vecchia

Dopo Ibra e Robinho, ecco Fantantonio Cassano: la campagna acquisti politica e calcistica di Berlusconi ha fatto un altro colpo. È un ottimo acquisto in vista delle elezioni, certo più quotato di Scilipoti. Tanto che Massimiliano Allegri starà gongolando. Ricordate? L’ex allenatore del Cagliari era stato preso perché, al contrario del suo predecessore, era un uomo mansueto e “compatibile”. E soprattutto non pretendeva la luna in chiave calciomercato. Insomma, s’accontentava. Erano i giorni in cui tutti ripetevano che soldi non ce n’erano e che il fair play finanziario era una cosa seria. Bisognava stringere la cinghia, insomma, perché molte squadre si trovavano sull’orlo del fallimento.

Lo disse anche Silvio Berlusconi il 20 luglio a Milanello, quando, di fronte ai tifosi che lo contestavano per la brutta campagna acquisti, fece l’elogio della minestra fatta in casa con quello che c’è: da Ronaldinho «miglior giocatore di tutti i tempi» a «Yepes e Borriello sia bravi che belli». Quel giorno il Cavaliere parlò più di contabilità che di calcio. Sciorinò cifre da capogiro: «La mia famiglia nel Milan ha messo un miliardo e 100 milioni di euro in 25 anni, perdendoci 65 milioni a stagione». E ancora: «Solo l’anno prossimo potremo andare sul mercato». Poi, dopo aver ripetuto la solita tiritera pubblicitaria sul «Milan offensivo sempre votato allo spettacolo», aggiunse che, secondo un recente studio, l’Italia nel mondo era conosciuta per tre cose: la mafia, la pizza e il Milan. E che il Milan era solo terzo per colpa dello sceneggiato La Piovra. Ma che comunque, anche senza nuovi innesti, rimaneva il club italiano più famoso del pianeta.

Insomma, era il Berlusconi versione piacione, quello capace di dire qualunque cosa purché senza contraddittorio; un uomo sulla difensiva, sebbene sempre all’attacco, proprio come il Milan di Allegri. Ebbene, sembra passato un secolo. Invece è solo prima che l’estate e poi l’autunno diventassero, nel Parlamento e nelle piazze, i più incandescenti da trent’anni a questa parte. Prima ci si mette Fini, poi i lavoratori, infine gli studenti; sembra che qualcosa nella granitica bolla berlusconiana si incrini. Silvio lo capisce e da piacione diventa una iena. Tutta la sua armata viene allertata. Si cambia registro o crolla tutto, è l’ordine. E l’armata muove le sue pedine. Prima cominciano i giornali, soffiando sul fuoco a colpi bassi di dossier. Poi torna di moda il calcio, un circenses che sembrava roba del millennio passato, uno sport su cui, sempre con la scusa della crisi, non si voleva investire più.

Così da quel momento in poi ogni volta che si dice la parola elezioni ne arriva uno: prima Ibrahimovic, poi Robinho e infine il reprobo Cassano, il calciatore messo alla porta dal presidente Garrone per insubordinazione. Come sempre, il tutto si svolge a colpi di continue campagne pubblicitarie. Le quali, in virtù dell’issue circle attention (ossia del fatto che ogni campagna ha una sua vita con un apice e una morte naturale), seguono sempre cicli che si estinguono velocemente. E che vanno sempre ricaricati. Pertanto, finito l’effetto «Ronaldinho migliore giocatore del mondo», eseguito ad arte il maquillage sulla figura dell’ex antipatico Ibrahimovic, strumentalizzato il futuro milanista di Balotelli, ecco che per qualche settimana avremo il povero Cassano su tutti i giornali e in tutte le televisioni. Diranno che la cura Milan lo riporterà in peso forma e lo farà rinsavire. Che è il miglior giocatore italiano. Che è simpatico e, perché no, pure bello.

Quello di Cassano è stato un affare? Tatticamente forse no, perché coesistere con Ibrahimovic per un fantasista è sempre difficile (ma sarà bello vederli insieme) e il Milan non aveva bisogno di un giocatore con le sue caratteristiche. Economicamente invece sì, perché un terzo del pregresso debito con il Real Madrid sarà pagato dalla Samp e dalle stesse merengues. Diventerà un affarissimo se il Milan riuscirà a disfarsi di Ronaldinho, il quale oramai per la squadra è un peso morto («giocherà nel Milan fino a tarda età…» aveva detto Berlusconi). E per il pibe di Bari vecchia? Si è sempre detto che per esprimersi al meglio ha bisogno di giocare con continuità e di avere l’ambiente tutto con sé. Ebbene, nel Milan dovrà vedersela con Robinho e Pato. Per essere sempre titolare dovrà sperare negli acciacchi degli ultimi due. Non potrà disputare la Champions League. Ma avrà l’occasione di riprendersi la nazionale. E se non ci riuscirà? Amen, sarà stato sacrificato al circle issue attention del momento. Un po’ come la casa di Montecarlo. Ma chissà che con lui il Milan non scavalchi in classifica la pizza. Purtroppo la mafia pare irraggiungibile…

Wikileaks, nuove rivelazioni: B. tradito anche dagli amici...


...“Sta male e teme complotti”

[2 dicembre 2010, Il Fatto Quotidiano]

Cantoni (Pdl) avvertiva l'ambasciata: "Berlusconi è provato". Nei documenti viene citato anche Gianni Letta. Entrambi smentiscono

La salute psicofisica, gli scandali, il rapporto con Vladimir Putin, la bassa considerazione dell’ambasciata americana nei suoi confronti. Ma soprattutto le considerazioni interne al Pdl verso un uomo “fisicamente e politicamente provato”. E poi i dubbi del premier, i suoi sospetti di presunti complotti anche da parte dei servizi segreti italiani. I documenti di Wikileaks segnano una nuova giornata di rivelazioni sul presidente del Consiglio Berlusconi, agitano la politica e inducono a continue smentite. La tempesta di file riservati, tuttavia, sembra essere solo all’inizio. Solo 62 dei 652 documenti che includono il nome di Berlusconi sono stati finora esaminati dai giornali di mezzo mondo. Una decina in tutto i documenti pubblicati. Ecco i passaggi più importanti.

“FISICAMENTE E POLITICAMENTE PROVATO” (documento 231600)


“Il privato pesa su Berlusconi”. Apre così l’ennesimo documento di wikileaks svelato oggi dal Guardian (leggi la traduzione dell’intero documento). Ecco alcuni stralci del testo: “Due funzionari in conversazioni separate con l’ambasciata, hanno recentemente descritto il presidente del Consiglio con parole incredibilmente simili. Il 23 ottobre Gianni Letta ha detto che Berlusconi è “fisicamente e politicamente debole”, descrivendo il normalmente iperattivo Berlusconi come “senza energie”. L’amico di Berlusconi e presidente della Commissione difesa Giampiero Cantoni ha raccontato ad un funzionario politico dell’ambasciata il 22 ottobre che “tutti siamo preoccupati per la sua salute”, rilevando che Berlusconi era svenuto tre volte in pubblico in anni recenti e che i suoi test medici erano risultati “a complete mess”, un casino totale. Cantoni ha detto che le lunghe nottate di Berlusconi e la propensione per le grandi feste non lo fanno riposare abbastanza. La stampa italiana ha riportato, il 27 ottobre, che Berlusconi è stato colpito da una lieve forma di scarlattina, che lui dice aver contratto dal nipote. (Nota: Berlusconi si è assopito brevemente durante la chiamata di cortesia dell’ambasciatore in settembre, ed è sembrato distratto e stanco il 19 ottobre ad un evento cui era presente l’ambasciatore”.

Entrambi gli interessati, tuttavia, hanno smentito la veridicità delle affermazioni. A cominciare da Gianni Letta: “E’ vero esattamente il contrario di quanto si legge sui siti che raccolgono le presunte rivelazioni di Wikileaks, dove peraltro il mio nome non compare. Di fronte alle voci ed alle insinuazioni che volevano un Berlusconi depresso e senza energia, ho sempre smentito – in ogni sede, pubblica e riservata – tale circostanza e affermato la pura verità. E cioè, che il Presidente del Consiglio era ed è in piena forma, con la vitalità che tutti gli riconoscono e ha sempre affrontato ogni situazione con l’abituale determinazione e la “grinta” di sempre”.

Il caso Marrazzo

Che Berlusconi fosse preoccupato , in realtà, emerge da altri passaggi del documento: “Cantoni disse che Tremonti, Fini e l’ex ministro Pisanu stavano gettando le basi per la battaglia di successione post Berlusconi”. Ma la preoccupazione era anche sul proprio privato: “Cantoni confidò che Berlusconi credeva che i servizi segreti italiani volessere deliberatamente incastrarlo con la presunta relazione con una minore”. Non a caso, più volte nel documento si parla di sospetti, complotti e teorie paranoiche.In particolare verso il caso Marrazzo. Il coinvolgimento di quattro carabinieri nel ricatto a sfondo sessuale ai danni del presidente della Regione Lazio, infatti, convinse il presidente del consiglio “di non potersi fidare dei suoi stessi servizi di intelligence”

L’OPINIONE DELL’AMBASCIATORE (documento 188773)


Solo due giorni fa Hillary Clinton si affrettava a commentare: “Berlusconi è il nostro migliore amico”. I nuovi file svelati da Wikileaks restituiscono però  una immagine del tutto diversa dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. “La relazione bilaterale con l’Italia è ottima, ma gli sforzi di Berlusconi per ricucire la relazione tra l’occidente e la Russia stanno minando la sua credibilità e diventano veramente irritanti nella nostra relazione”. A parlare, o meglio a scrivere, è l’ex ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli, non un oscuro funzionario. Dice Spogli il 26 gennaio 2009: “Lo possiamo riportare sulla giusta strada (Berlusconi, ndr.) mandandogli un chiaro segnale che gli Stati Uniti non hanno bisogno di un interlocutore per le proprie relazioni con la Russia e che la sua insistenza nel minare le strutture esistenti e i canali basati su comuni interessi e valori con l’alleanza in cambio di stabilità a breve termine non è una strategia che Washington intende perseguire”.

Insomma, gli Usa non hanno bisogno di Berlusconi-risolvi problemi. Ma c’è di più, perché sul premier si staglia per l’ennesima volta l’ombra degli affari personali: “La Georgia crede che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale dei profitti dai gasdotti costruiti da Gazprom con Eni”.

“La relazione dell’Italia con la Russia è complessa” scrive Spogli.”La combinazione dei fattori” fa sì che “la politica estera italiana sia altamente ricettiva agli sforzi russi di guadagnare maggiore influenza politica nell’Unione Europea e sostenere gli sforzi russi nel diluire gli interessi di sicurezza americani in Europa”. “L’energia è il tema bilaterale più importante e la richiesta di stabili forniture energetiche dalla Russia di frequente spinge l’Italia a compromessi su temi politici e di sicurezza”.

L’amicizia Putin-Berlusconi
“Berlusconi crede che Putin sia suo amico intimo e personale e continua ad avere più contatti con Putin che con qualsiasi altro leader al mondo. Durante la crisi in Georgia, Berlusconi ha parlato con Putin tutti i giorni per almeno una settimana. La base della loro amicizia è difficile da determinare, ma molti interlocutori ci hanno detto che Berlusconi pensi che Putin abbia più fiducia in lui di qualsiasi altro leader europeo (un contatto nell’ufficio di presidenza ci ha detto che gli incontri sono accompagnati da doni sfarzosi). Berlusconi ammira lo stile di governo macho, decisionista e autoritario, e ritiene corrisponda al proprio”.

Il gas al centro dell’amicizia
“Esponenti della maggioranza di centrodestra e dell’opposizione del Pd credono che Berlusconi e i suoi amici stiano approfittando personalmente e in modo generoso dei tanti accordi intercorsi tra l’Italia e la Russia. Ritengono che Berlusconi e i suoi stiano personalmente traendo vantaggio da molti degli accordi tra Italia e Russia. L’ambasciatore georgiano a Roma ci ha detto che il suo governo ritiene che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale dei profitti realizzati da qualsivoglia gasdotto sviluppato da Gazprom in coordinamento con Eni.

Valentini l’uomo-tramite di Berlusconi
Svelata l’identità del personaggio italiano che parla russo indicato nelle prime rivelazioni, che farebbe da tramite negli affari del premier in Russia.  “Ogni volta che sollevavamo il problema dei rapporti tra Berlusconi e la Russia – scrive Spogli – le nostre fonti nel Pdl e nel Pd ci indicavano Valentino Valentini, un deputato e una figura in qualche modo misteriosa, come colui che opera come uomo chiave di Berlusconi in Russia, sebbene non abbia uno staff e nemmeno una segretaria. Valentini, che parla il russo e che si reca in Russia molte volte al mese, frequentemente appare al lato di Berlusconi quando incontra gli altri leader mondiali. Cosa faccia in questi viaggi così frequenti a Mosca non è chiaro. Ma si vocifera in modo ampio – ipotizza Spogli – che sia là per curare gli interessi e gli affari di Berlusconi in Russia”.

Frattini esautorato
“Durante una visita all’inizio di settembre il vicepresidente Cheney si è confrontato con Frattini sulla posizione pubblica e decisamente controproducente dell’Italia sul conflitto georgiano. Un Frattini frustrato rilevava che, nonostante avesse le sue forti opinioni in materia, nondimeno riceveva ordini diretti dal presidente del Consiglio”

“Berlusconi tratta la politica Russa allo stesso modo in cui si cura delle questioni interne – tatticamente, giorno per giorno. Il suo imponente desiderio è di rimanere nelle grazie di Putin e ha frequentemente dato voce a opinioni e dichiarazioni che gli erano state passate direttamente da Putin. Un esempio: nell’immediato dopo-crisi in Georgia, Berlusconi ha cominciato (e continua) a insistere che la Georgia fosse l’aggressore e che il governo georgiano fosse responsabile di molte centinaia di morti civili nel Sud Ossezia.”

Lo strapotere dell’Eni
“Eni, la più importante società energetica parastatale, ha un immenso potere politico; la sua strategia di business si è concentrata su complessi ambienti geopolitici, solitamente considerati eccessivamente rischiosi da molti dei suoi concorrenti internazionali” (…) Anche solo a giudicare dalla stampa, si può pensare che il primo ministro Berlusconi garantisca al suo presidente, Paolo Scaroni, tanto accesso quanto al suo proprio ministro degli esteri. (…) Durante un evento diplomatico nel 2007, una conferenza sull’Asia centrale, i rappresentanti dell’Eni e di Edison ebbero 30 minuti ciascuno per parlare, mentre i quattro ministri degli Esteri e i cinque vice ministri di cinque stati centro asiatici furono infilati tutti in un’ora sola. C’è il sospetto che l’Eni mantenga a libro paga alcuni giornalisti.

Spogli aggiunge poi che ”la visione dell’Eni sulla situazione energetica europea in modo preoccupante simile a quella di Gazprom e del Cremlino” e constata come ”un membro del Pd” abbia riferito ”che la presenza dell’Eni in Russia supera quella dell’ambasciata italiana a Mosca che è a corto di personale”.

OBAMA INFORMATO SU BERLUSCONI (documento 210920)
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama era stato messo in guardia dai comportamenti di Berlusconi. Così si legge in un altro cablogramma pubblicato oggi dal Guardian. Già note le anticipazioni sulle opinioni diffuse dalla funzionaria dell’ambasciata Elizabeth Dibble, oggi il quotidiano inglese ha pubblicato il testo completo. Dibble ripercorre la “perdita di influenza” del governo italiano. Ricorda alcuni passi falsi del premier e i conseguenti grattacapi internazionali, in special modo nell’attività diplomatica con l’Iran a cui somma passaggi già evidenziati altrove sul rapporto tra Berlusconi e Putin.

“Firmate contro Saviano che dà del mafioso al Nord”...


Il Giornale di Feltri così recita!!!

[di Elena Rosselli, 18 novembre 2010, Il Fatto Quotidiano]

Il direttore editoriale del quotidiano di via Negri chiama a raccolta i suoi lettori contro lo scrittore di Gomorra, "reo" di aver parlato delle collusioni tra 'ndrangheta e Lega: "Sono fanfaronate, senzazioni che fanno guadagnare, non notizie"

Il giorno dopo l’arresto di Antonio Iovine, boss dei casalesi latitante da 14 anni, Il Giornale va alla guerra contro Roberto Saviano. In prima pagina, Vittorio Feltri, lancia l’iniziativa: “Una firma contro Saviano che dà del mafioso al Nord”. A fianco dell’editoriale al veleno dedicato allo scrittore, il quotidiano di via Negri mette a disposizione un indirizzo mail e numeri per fax ed sms invitando i lettori a scrivere chiaramente il proprio nome e cognome per dire al “signor Gomorra” che “Sondrio non è Casoria, Como non è torre Annunziata e Brescia non è Corleone”.

Lunedì sera, durante il suo monologo nel programma di Raitre “Vieni via con me”, Roberto Saviano aveva raccontato la risalita delle organizzazioni criminali lungo lo stivale accostando alcuni esponenti della Lega al fenomeno della ‘ndrangheta in Lombardia. Durissime le reazioni il giorno dopo da parte degli esponenti del Carroccio. Ad arrabbiarsi più di tutti, il ministro dell’Interno Maroni che ha immediatamente chiesto alla Rai di poter replicare alle accuse dello scrittore campano nella puntata di lunedì prossimo. Alla risposta negativa del capostruttura di Raitre Loris Mazzetti, il titolare del Viminale ha prima minacciato querela e chiesto l’intervento del Quirinale, poi ha proposto allo scrittore “di metterci una pietra sopra e lavorare insieme contro la criminalità”. Tutto questo, nel giorno in cui  la Direzione investigativa antimafia (Dia), lancia l’allarme sulle collusioni fra imprenditori e ‘ndrangheta in Lombardia. E in cui il Viminale mette a segno un gran colpo nella lotta alla criminalità organizzata: l’arresto di Antonio Iovine, superboss dei Casalesi latitante da 14 anni.

Non sotterra l’ascia di guerra però Il Giornale, che in un servizio di cinque pagine attacca l’autore di Gomorra e chiama a raccolta i lettori perché esprimano tutto il loro sdegno contro l’accostamento tra lombardi e criminali. In prima pagina, Feltri dopo aver ricordato che “questo governo, quanto nessun altro prima, si è distinto nelle botte alla mafia”, si chiede: “E un giovanotto campano letterariamente fortunato salta su a dire che la Lega fa affari con la cupola?” Scontata la conclusione: “Ma ci faccia il piacere”. Secondo l’editorialista de Il Giornale, quelle di Saviano, “più che riflessioni sono fanfaronate”. Esagerazioni che portano soldi: “Compilare cronache (con pretese di saggio) sulla mafia sia redditizio assai e dia titolo per avere accesso agli studi televisivi, con relativo compenso, tuttavia ciò non affranca dal dovere di non spacciare sensazioni per notizie”. Insomma, la’ndrangheta al Nord? Per Feltri una “senzazione” di Saviano. Ecco perché i lombardi “che nel loro piccolo si incazzano”, secondo il quotidiano di via Negri sommergeranno il giornale di mail, messaggi e fax di adesione alla campagna.

Ma il servizio contro Saviano non si limita alla prima pagina. Sono sei le facciate che Il Giornale dedica allo scrittore. Innanzitutto la cronaca della querelle tra Saviano e Maroni. Laddove l’autore di Gomorra diventa “il Pippo Baudo dell’antimafia ” (Borghezio dixit), il titolare del Viminale appare l’eroe buono che perdona “il telepredicatore impreparato” Saviano e gli chiede di “deporre le armi”. La terza pagina, sotto l’etichetta “agguato al Carroccio” è dedicata a un vecchio racconto di Saviano, “Un sogno padano” che lo scrittore aveva pubblicato nel 2003 per Nazione Indiana, una rivista letteraria online di Milano. Secondo l’articolo, dal “sogno” dello scrittore di Casal di Principe si capirebbe cosa egli pensi esattamente del Carroccio: “L’armata padana guidata da Bossi è un esercito pronto a usare il mitra contro immigrati, meridionali e negri. Il Saviano d’antan – continua l’articolo – è lo stesso di oggi, feroce con il Nord, settario e fazioso”. A fianco il commento di Salvatore Tramontano nota strani parallelismi tra la scelta dell’argomento criminalità – Lega usato dallo scrittore in Vieni via con me e l’uscita ieri della relazione della Dia che affronta l’esistenza dell’ndrangheta al Nord (inviata al Parlamento ieri, ma terminata a ottobre, e comunque controfirmata dal ministro dell’Interno Maroni, ndr). “La fabbrica sudista del fango ha subito sfruttato la relazione della Direzione investigativa antimafia – scrive Tramontano – che parla, con una coincidenza un po’ sospetta di tempi, di una presenza consolidata della malavita in Lombardia”. La penultima pagina del servizio, titolata “le balle di Saviano“, riprende articoli già usciti su Il Giornale sugli “strafalcioni” dell’autore di Gomorra accusato di aver “scopiazzato” pezzi di altri giornalisti per comporre il suo celebre reportage sulla camorra: “Così Saviano ha copiato Gomorra. Interi brani ripresi, senza citarli, da ‘corrispondenze di guerra’ di cronisti con l’elmetto da sempre”. Lo scrittore è chiamato in causa anche per le sue “amicizie imbarazzanti”: “Improbabile il legame tra Roberto e Pietro Taricone“. Perché? “Per i quattro anni di differenza”.

A chiudere il cerchio degli articoli contro Roberto Saviano è Vittorio Sgarbi con un commento dal titolo “Scrittori coraggiosi? La malavita si combatte sul campo”. Il critico d’arte indossa la fascia tricolore in qualità di sindaco di Salemi e dopo essersi lamentato per il mancato invito a Che tempo che fa “perché sono un maleducato”, lancia la bordata contro Saviano “il coraggioso scrittore con scorta”. Sgarbi si paragona all’autore di Gomorra: “Anch’io vivo sotto scorta per le mie denunce, dalla Sicilia al business eolico in Molise”. Secondo il critico d’arte Saviano in trasmissione è stato “evasivo e non convincente” perché “non ha parlato di Molise, Puglia, Calabria e Sicilia, martoriate dalle pale eoliche con profitti miliardari e arresti di mafiosi. Niente, a Saviano non interessa”. Sgarbi è preoccupato per il Molise: “Vedo il Molise in pericolo. Lì con l’eolico fa affari la camorra”. Peccato che Feltri, nella conlusione dell’editoriale in seconda pagina dica il contrario e citi il Molise come esempio di regione del Sud virtuosa: “Nel Molise ad esempio, la camorra e la Sacra Corona Unita non hanno mai attecchito, perchè questa è terra sannita, e i sanniti, che hanno rotto le ossa ai romani, non hanno paura dei bulli con la pistola protagonisti di Gomorra”.

Le firme contro Saviano non arrivano a sorpresa. Gli house organ di Berlusconi lavoravano da giorni a diverse varianti sul tema. Ieri mattina Libero apriva con questo titolo: “Saviano ha rotto i Maroni”. Il quotidiano di Maurizio Belpietro spiegava: “Il ministro, che ha arrestato 6500 boss in due anni, si appella al Quirinale contro le accuse dello scrittore alla Lega: “Devo andarmene?” Poi la chiosa: “Ora il presidente scelga se stare con le istituzioni o con l’avanspettacolo”. Ventiquattro ore dopo, via alla raccolta di firme su Il Giornale. A questo punto non resta che aspettare i titoli e le iniziative di domani.

Si moltiplicano intanto le iniziative a favore di Roberto Saviano. Il sito di Articolo21, l’associazione per la difesa della libera informazione diretta da Stefano Corradino, risponde a Il Giornale con l’appello “Una firma per Roberto Saviano (che dà dei mafiosi ai mafiosi)”. ”E’ grazie a Saviano e a tanti altri giornalisti che coraggiosamente indagano sulla criminalità, sui rapporti tra mafia, economia e politica  – spiega Corradino – se si è aperto uno squarcio, uno dei tanti muri di omertà di questo Paese e se si è arrivati agli arresti di capi clan come Antonio Iovine”. “Per questo siamo con Roberto – conclude il direttore di Articolo21 –  e con tutti i Saviano che ogni giorno dalle redazioni più grandi a quelle più sperdute, da nord a sud, ingaggiano una battaglia difficile e rischiosa contro la criminalità e i suoi intrecci perversi”.

Disinformazione, dati falsati e dimissioni mancate...


...L’informazione economica al palo

[di Fabio Amato, 14 ottobre 2010]

Intervista a Tito Boeri. Per l'economista, l'Italia è al punto più basso nella qualità delle notizie, tanto da minare il controllo democratico che spetta agli elettori.

“L’informazione è vitale in democrazia. E quella economica è scesa a un livello preoccupante”. L’economista Tito Boeri, professore ordinario alla Bocconi e membro del comitato di redazione del sito lavoce.info, è eufemisticamente molto “arrabbiato” perché – dice – lo stato dell’informazione nel nostro paese “sta facendo venir meno il controllo democratico degli elettori”.

Professor Boeri, che cosa sta succedendo?

E’ pazzesco, davvero il livello della disinformazione è a un punto bassissimo. Da un lato i giornali e i media in genere raccontano i fatti in modo volutamente distorto. Dall’altro le agenzie governative danno ai giornalisti delle informazioni che sono distorte esse stesse.

Di chi parla?

Non dell’Istat, ma l’Inps e l’agenzia delle entrate forniscono dati volutamente “narrati”, in modo da indurre in errore anche chi nell’informazione è animato dalle migliori intenzioni.

Le agenzie governative nascondono o edulcorano i dati reali?

E’ una novità degli ultimi anni. Nella gestione dei dati sulla cassa integrazione, ad esempio, l’Inps ha davvero inviato comunicati con una fortissima connotazione politica, cercando sempre di sminuirne la portata. I dati in realtà sono preoccupanti: in Italia la cassa integrazione continua ad aumentare, nonostante siamo usciti dalla fase più acuta della crisi. In Germania, che ha uno strumento simile al nostro, i livelli di ore sono il 20% di quelli raggiunti nel punto più alto della crisi. Da noi invece continuano a crescere.

Ma non se ne trova traccia nell’informazione?

Ogni comunicato dell’Inps cerca di sminuire questo fatto. Si parla di piccoli incrementi quando sono incrementi da mese a mese del 10%, e non vengono mai riportati i numeri assoluti. Quel che è interessante è che dopo i dati dell’Inps escono i comunicati del ministero del Lavoro che pubblicamente esaltano l’azione del governo. Ad agosto ad esempio era uscito un comunicato del ministro che diceva: “Vedete, anche l’Inps dice che abbiamo fatto molto bene”. E addirittura se la prendevano con i finiani perché in qualche modo avevano ostacolato l’azione del governo. Mi chiedo cosa c’entri l’aumento della cassa integrazione con le lacerazioni interne alla maggioranza. Poi c’è l’agenzia delle entrate.

Di cosa li accusa?

Nonostante sia stato chiesto più volte di farlo, non dà mai i dati e non spiega quali sono i risultati della lotta all’evasione.

Quali dati?

Fondamentalmente, le cose da sapere sono quanti controlli vengono effettuati e qual è l’importo medio per ogni controllo.

Perché?

Perché se aumenta l’importo medio per controllo, questo può essere un indicatore del fatto che l’evasione sta aumentando, non diminuendo. Secondo: bisogna sempre distinguere tra il recupero di evasione che avviene attraverso un accertamento e quello che avviene attraverso procedure di conciliazione. Se c’è conciliazione lo Stato può aumentare le somme riscosse semplicemente perché fa degli accordi al ribasso. Insomma, pur di portare a casa qualcosa abbassa le proprie pretese. Quindi fa lo sconto all’evasore. E su questo non c’è mai comunicazione.

Il presidente dell’Inps, Mastrapasqua, ha detto che ai precari non viene fornita la simulazione della loro pensione su internet perché se lo facessero “si rischierebbe un sommovimento sociale”

E’ pazzesco. Questo dà l’idea di come ragioni l’Inps. Il loro compito sarebbe quello di dare una informazione ai contribuenti di quanto riceverebbero di pensione con le regole attuali e con la attuale situazione del mercato del lavoro, in modo tale che le persone possano per tempo trovare le soluzioni possibili.

Invece?

Invece abbiamo un presidente dell’Inps che dice “non diamo i dati perché altrimenti la gente si arrabbia”. E’ veramente pazzesco. Io credo che se l’affermazione è vera ci siano gli estremi per chiederne le dimissioni immediate. E’ inammissibile che chi ha un ruolo istituzionale di questa portata possa fare queste affermazioni.

Cosa dovrebbe accadere?

L’Inps dovrebbe mandare a casa di tutti i contribuenti un estratto conto previdenziale che li informi di quanto percepiranno quando andranno in pensione. In Svezia ci sono le buste arancioni, che vengono inviate ogni anno e in cui si dice: “Guardate che allo stato attuale e con questi salari andrete in pensione tra tot anni e con tot importo”. L’Inps invece continua a dire che lo farà e non lo fa mai. Adesso capiamo perché non lo fa.

Lavoce.info ha lanciato l’allarme sulla “campagna elettorale, strisciante” che potrebbe durare “tre mesi o tre anni”. Cosa si aspetta?

Io penso che abbiamo toccato il punto più basso, il che mi spinge ad usare toni più duri e ad essere molto preoccupato. Perché quando l’informazione è così distorta, l’esercizio della democrazia è molto limitato. Ogni democrazia funziona quando c’è un patrimonio informativo comune su cui gli elettori possono esercitare un controllo. Se le statistiche vengono prodotte in modo distorto questo controllo viene meno.

Nel vostro studio avete citato i dati Ocse sulla differenza informativa tra chi guarda solo la televisione e chi si affida anche ad altri mezzi. Cosa si aspetta da Internet?

Internet sarà fondamentale. Uno può pensare che le persone che vanno in rete abbiano una cultura e una formazione maggiore. Ma anche depurata di queste differenze, l’informazione sulla rete è molto più pluralista, e questo mi fa guardare avanti con una certa fiducia.

La rete come panacea?

Ovviamente no, su Internet circolano informazioni di buona e cattiva qualità. Ma il potere politico ha meno possibilità di condizionarle.

L’inceneritore di Acerra è morto...


...Ora spunta il collaudo dei misteri

[di Nello Trocchia e Tommaso Sodano, 28 settembre 2010]

Oggi si è fermata anche la prima delle tre linee di smaltimento dei rifiuti. Le altre due erano già fuori uso. Ma i costruttori di Impregilo battono cassa e aspettano 355 milioni di euro dopo l'ok arrivato il 16 luglio. Anche se, di quel collaudo, non si trovano i documenti

Si potrebbe definire “il collaudo dei misteri”. E’ quello datato 16 luglio 2010 che avrebbe accertato il pieno funzionamento dell’inceneritore di Acerra. La notizia di questo collaudo, del quale non si è mai parlato in questi mesi, si ricava dal sito di Impregilo, la società milanese che ha costruito il forno dei miracoli: “Merita opportuna evidenza – si legge – il positivo collaudo definitivo del termovalorizzatore di Acerra, datato 16 luglio 2010. Tale risultato costituisce un’importante evidenza dell’eccellenza qualitativa che contraddistingue l’operato del Gruppo nei suoi settori strategici, con particolare enfasi in questo caso, stante la perdurante inadempienza delle amministrazioni pubbliche competenti nel pagamento al Gruppo dei rilevanti crediti maturati per tale opera, dalla quale le stesse amministrazioni stanno peraltro ottenendo significativi benefici sia economici sia operativi”.

Un collaudo definitivo, dunque, che dovrebbe sbloccare i soldi da incassare: 355 milioni di euro. Dalla provincia di Napoli (l’ente competente nella gestione dei rifiuti), fanno sapere che nessun documento relativo al collaudo in luglio è stato acquisito, nonostante le richieste. Insomma, è un mistero. “Il collaudo funzionale dell’impianto – si legge sul sito della protezione civile – è terminato il 28 febbraio 2010. Con l’esito positivo del collaudo è terminata la gestione provvisoria. E Partenope Ambiente ha assunto la gestione definitiva del termovalorizzatore di Acerra”. Peccato che qualche settimana dopo il fatidico 16 luglio l’inceneritore si è fermato: ora è completamente spento, nonostante le rassicurazioni dell’A2a, la società che lo gestisce e che ieri ha organizzato un tour con i giornalisti, in versione embedded, per ribadire che è tutto nella norma. A meno di 24 ore dal tour, la notizia: anche la prima linea di combustione è bloccata. Delle altre due linee che lo compongono, già si sapeva. Bloccate. L’inceneritore al momento, che doveva trattare 2 mila rifiuti al giorno, quasi un terzo di quanto prodotto in regione, è morto. “Riprenderà a funzionare entro un giorno”, rassicurano dall’A2a. Anche sui collaudi in passato non sono mancate le polemiche: a presiedere la commissione collaudi c’era Gennaro Volpicelli che ha seguito l’iter di sviluppo del forno di Acerra, persona preparata e competente, ma in leggero conflitto, visto che dal luglio 2009 ha assunto il ruolo di direttore dell’Arpac, l’agenzia regionale di protezione ambiente che si preoccupa di monitorare l’aria nei pressi dell’inceneritore.

Attorno al forno di Acerra si gioca una partita di soldi. L’Impregilo, i cui ex-vertici sono sotto processo per la disastrosa gestione dei rifiuti, deve incassare 355 milioni di euro dalle istituzioni, regione Campania o protezione civile che dovranno acquistare la proprietà dell’impianto. Qualcuno aspetta i soldi. In Impregilo c’è Igli Spa, dentro il gruppo Gavio, Benetton e Ligresti, tra i protagonisti anche dell’avventura in Cai. Ma un impianto fermo, come quello di Acerra, indurrebbe ad una verifica di una commissione indipendente sulla reale efficienza della struttura, prima di investire una somma così consistente.

Prima che si diffondesse la notizia che anche il primo forno è ko, un dirigente interno dell’A2a, che preferisce l’anonimato, dichiarava: “Altro che manutenzione. Fisia Babcock, che ha costruito il termovalorizzatore per conto di Impregilo, non ha messo le adeguate protezioni contro i fumi acidi prodotti dall’incenerimento della spazzatura. Immagino per risparmiare soldi o tempo. Inevitabilmente due forni su tre, il secondo e il terzo, sono saltati. Sono pieni di buchi. Vanno rifatti e per questo sono fermi. Quanto al primo, è piuttosto malmesso anch’esso. Stiamo facendo il possibile per tirare avanti, ma non escludiamo affatto che possa cedere da un momento all’altro”. E, infatti, oggi si è fermata anche la prima linea. Problemi anche alle caldaie che, si vocifera in assoluto anonimato, sarebbero made in China. Sarebbero. Le contraddizioni di un ciclo dei rifiuti mai avviato sono legate alla mancata politica di riduzione, anche con ordinanze ad hoc a partire da imballaggi e contenitori di plastica, fino all’assenza completa di un impianto di compostaggio in regione.

In un territorio a “libertà vigilata” , dove se ti avvicini a una discarica o a un inceneritore vieni fermato, la gestione di Bertolaso non ha prodotto, infatti, neanche un impianto per il trattamento della frazione umida che rappresenta il 35-40% dei rifiuti e chi raccoglie l’umido in Campania deve portarlo in Sicilia spendendo fino a 240 euro a tonnellata. Uno scandalo nello scandalo, un fiume di denaro sperperato in trasporti e società che strozzano le già difficili finanze dei comuni.

Cosentino, la Camera nega l’uso delle intercettazioni


[Redazione Il Fatto Quotidiano, 22 settembre 2010]

Ancora una volta la politica protegge i suoi esponenti più a rischio. La richiesta di autorizzazione all'utilizzo delle intercettazioni telefoniche contro il deputato del Pdl di Casal di Principe Nicola Cosentino è stata rigettata. I giudici di Napoli dovranno giudicare il cordinatore del Pdl della Campania per concorso esterno in associazione camorristica senza poter usare contro di lui le 46 telefonate con gli uomini della camorra (articolo di Marco Lillo). Ma il voto segreto richiesto dal Pdl e concesso dal presidente Gianfranco Fini ha riservato qualche sorpresa: in 308 hanno votato a favore dell'ex sottosegretario (articolo sul voto di questa mattina). Siamo quindi lontani dai 316 deputati che garantirebbero la maggioranza assoluta su tutti i provvedimenti. Il Pdl butta acqua sul fuoco e dice che, contando le assenze, ha i numeri per andare avanti (video di David Perluigi). Nella votazione di oggi, però, ci sono almeno 11 esponenti dell'opposizione o dei finiani che hanno fatto un favore al Popolo della libertà contravvenendo alle indicazioni di voto dei capigruppo. L'aritmetica, per ora, non condanna il governo. Ma, franchi tiratori a parte, Berlusconi non può giurare di stare davvero tranquillo.

La Camera, con voto segreto così come richiesto dal Pdl, ha negato l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni a carico dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino (Pdl). Questi i numeri del voto: maggioranza 297, favorevoli 308, contrari 285. Non hanno votato in 37. Si e’ votato sulla proposta del relatore di negare l’uso delle intercettazioni: votare si’ alla proposta, dunque, vuol dire negare l’utilizzo dei nastri, votare no vuol dire respingerla e dare parere positivo. La Giunta delle Autorizzazioni, a maggioranza, aveva proposto di negare l’utilizzo delle intercettazioni.

“Votiamo a favore delle intercettazioni, non votiamo e non voteremo contro il Governo”: la dichiarazione di voto di Benedetto della Vedova ha fatto capire che i finiani hanno votato con l’opposizione. Il voto segreto rende quindi complicato capire gli equilibri della maggioranza, che non ha ottenuto quei 316 voti che servirebbero per passare indenne ogni votazione. Bisognerà capire la composizione politica dei 37 assenti di oggi. Appare tranquillo il portavoce del premier Paolo Bonaiuti:  ”Avevamo detto che eravamo tranquilli e sereni e il voto di oggi lo conferma perchè se sommiamo quelli dei nostri che erano assenti o in missione si vede che abbiamo tranquillamente superato quota 320”.Dall’opposizione si cerca invece di capire chi, al di là delle intenzioni di voto espresse dai gruppi, ha votato a favore di Cosentino: “Mancano una quindicina di voti”, afferma Dario Franceschini (capogruppo del Pd), “contando la differenza tra la somma di quelli che avevano annunciato di votare a favore dell’uso delle intercettazioni e il voto effettivo . Chi lo ha fatto si assume una grave responsabilita’ personale e politica”. Dai tabulati ufficiali della Camera risulta che hanno dichiarato di votare per l’uso delle intercettazioni il gruppo Pd (201 deputati presenti), Idv (24), Udc (31), Api (7), Fli (34, ma Fini non vota), dunque in totale 296 voti a favore sulla carta, che sono diventati invece 285 e da questo calcolo sono stati esclusi i deputati del gruppo misto, dalle minoranze linguistiche ai Liberaldemocratici.

Lo stesso Nicola Cosentino (che ha dichiarato di non avere intenzione di dimettersi da coordinatore del Pdl campano) riflette sui numeri della votazione: “Fli -spiega- ha detto che avrebbe votato a favore dell’uso delle intercettazioni, e contro questa scelta ci sono stati 308 voti. Se contiamo i 9 in missione e gli 11 della maggioranza che erano assenti giustificati, arriviamo a 328 voti senza i finiani”. Dunque, rimarca l’ex sottosegretario all’Economia, “c’è un’ampia maggioranza a favore del governo Berlusconi che esce rafforzato dal voto. Penso si possa essere molto contenti”

B. al pranzo della Ue spara cifre sulla politica italiana....


...Le Monde: “Non si capiva nulla”

[Redazione Il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2010]

Il quotidiano francese pubblica un resoconto del pranzo di lavoro su immigrazione e Rom: "Il premier non ha atteso il suo turno di parola e ha cominciato a dire: Sono il più forte, sono sempre il più forte"

”Sono il più forte, resto il più forte”: ha detto così il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi rivolgendosi agli altri 26 leader dell’Unione europea nel corso del pranzo di lavoro dello scorso 16 settembre in occasione del vertice Ue a Bruxelles, secondo quanto si legge oggi sul quotidiano Le Monde.

“Alle 13 e 30 – scrive il quotidiano francese in un lungo articolo intitolato ‘Pranzo di fiele a Bruxelles’, in riferimento al duro scontro tra Parigi e Commissione Ue sul giro di vite francese contro nomadi e Rom – Silvio Berlusconi non attende che qualcuno gli dia la parola ed espone una serie di percentuali sulla nuova ripartizione delle forze politiche in Italia. Nessuno ci capisce nulla. La dirigente finlandese, al primo vertice Ue, prende appunti in modo frenetico”. Mentre il presidente del Consiglio dell’Ue, Herman Van Rompuy, scrive ancora Le Monde, propone di affrontare il tema dei rom “senza attendere il conflitto tra il presidente francese e la commissaria lussemburghese Viviane Reding”.

Il quotidiano conferma anche che nel corso del concitato pranzo a palazzo Justus Lipsius, storica sede del consiglio dell’Ue a Bruxelles, Berlusconi sarebbe volato più volte in soccorso del presidente francese Nicolas Sarkozy dicendo che “bisogna vietare la parola ai commissari e ai loro gabinetti. Solo Barroso deve avere il diritto di parlare”.

Brambilla: meno tasse per tutti. I golfisti


[Sara Nicoli, Il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2010]

Il patron di Federalberghi ha ispirato la nuova legge voluta dal ministro del Turismo per promuovere la realizzazione di nuovi "green" e di strutture ricettive collegate. Che otterranno sgravi fiscali e potranno sorgere accanto alle aree protette. Gli ambientalisti protestano: "Il governo apre i parchi a nuove colate di cemento"

Ogni promessa è debito. E così, dopo settimane di attesa, dal Consiglio dei ministri di un venerdì 17 tutto da dimenticare per la maggioranza, è finalmente uscita una risposta per lo Sviluppo economico del Paese: non il nome del nuovo ministro, bensì un  bel provvedimento che incentiva la costruzione di campi da golf su tutto il territorio nazionale. Con lo scopo dichiarato di “trasformare la pratica del golf da sport per sole elite a disciplina popolare, anche mediante la costruzione di nuovi impianti adiacenti ad aree protette”.

“Un’occasione straordinaria – ecco lo slogan di Palazzo Chigi – anche per la riconversione di aree industrialmente dismesse”. Bagnoli, con un bel prato all’inglese lungo mare, sarebbe di sicuro impatto, ma vien da chiedersi come è mai possibile che la ministra del Turismo, la rossa Michela Vittoria Brambilla, nota agli elettori del Pdl come pasionaria dei Circoli delle Libertà, sia riuscita nel miracolo di trovare dei soldi (sotto forma di sgravi fiscali) per la causa del golf quando nelle casse dello Stato non c’è una lira. E i terremotati dell’Aquila aspettano ancora che il centro storico della loro città sia messo in sicurezza.

Ma i grandi “perché” del governo hanno sempre una spiegazione. Il ddl incentivi “campi da golf” ha infatti uno sponsor di tutto rispetto, assai gradito al centrodestra e ancor di più alla ministra Brambilla: è Bernabò Bocca, grande patron della Federalberghi e di Confturismo, in buona sostanza il “ministro ombra” del Turismo italiano. L’amicizia tra la rossa Brambilla e l’altrettando fulvo Bernabò dei conti Bocca, figlio del compianto Ernesto Bocca, fondatore dei Sina Hotel (100 miliardi di euro di fatturato) e di Donna Ida Visconti di Modrone dei Duchi Visconti di Modrone, è nota da tempo. Meno noto che il sodalizio si spinga oltre l’amicizia ed arrivi direttamente sul tavolo del simbolico ministero del Turismo, dove Bernabò gode da tempo di ampio margine di manovra.

La questione del golf, dicono le fonti de ilfattoquotidiano.it, è stata una sua idea legata alla promozione dei grandi alberghi di alte categorie che richiedono anche il “servizio” del “green” a pochi passi. Negli ultimi anni, secondo quando il giovane Bocca ha spiegato all’inesperta Brambilla, il turismo di élite (soprattutto americano e inglese) ha boicottato l’Italia perché Paese davvero a corto di campi da golf.  E gli albergatori italiani di certo non si sarebbero mai potuti sobbarcare da soli la costruzione ex novo di tanti “green” per far venire in italia un ricercato turista di élite. Ecco dunque l’idea: “Creare sul territorio – ha detto la Brambilla – impianti golfistici dotati di percorsi a 18 buche e di includere, nel pacchetto di servizi turistici offerti, anche altri prodotti e strutture ricettive, ben presenti in Paesi concorrenti dell’Italia come ad esempio Spagna e Portogallo”: il patrimonio alberghiero dei Bocca avrà senz’altro di che giovarsene.

D’altra parte, la famiglia Bocca gode di grande visibilità alla corte del premier. Bernabò (sul cui tormentato passato sentimentale sono ricche le cronache dei giornali di gossip) nel 2007 ha deciso di sposare, nella chiesa romana di Santo Spirito in Sassia, officiante il segretario di Stato Tarcisio Bertone, la giovane figlia cadetta di un’altra nota dinastia italiana, Benedetta Geronzi, figlia di Cesare e sorella di Chiara, giornalista ovviamente in casa Mediaset, al Tg5. Il tutto dopo aver ricevuto, solo due anni prima, il cavalierato del Lavoro e aver preso saldamente in mano le redini dell’impero economico di famiglia: gli alberghi, appunto.

Il ddl per “l’incentivazione alla costruzione dei campi da golf”, dunque, appare scritto su misura per un certo tipo di alberghi italiani di cui i Sina Hotel dei Bocca rappresentano la punta di diamante: grande lusso in luoghi benedetti dalla natura e destinati ad un pubblico d’eccezione. Così nel provvedimento è previsto che i campi possano essere costruiti vicino ad aree protette e che entro due anni dall’approvazione, le Regioni, sentiti gli enti locali e d’intesa con gli Enti Parco Nazionale e gli Enti gestori delle aree marine protette, dovranno individuare i siti più idonei per la realizzazione degli impianti.

Anche per questo il vice presidente di Legambiente Sebastiano Venneri va all’attacco: “Ma quale incentivo al turismo? Questo disegno di legge nasconde solo nuovi metri cubi di cemento da edificare per giunta nelle aree di pregio del Paese. Un conto è costruire campi da golf in aree degradate periurbane da valorizzare, altra storia è strumentalizzare il gioco del golf come grimaldello per spianare la strada alla speculazione edilizia, persino nelle aree protette del Paese. Questo provvedimento, infatti, oltre ad essere deleterio per l’ambiente, utilizza il golf stesso come lasciapassare per chi vuole realizzare facilmente nuove strutture edilizie in aree di pregio. Una scelta ancor più paradossale, se si pensa che proprio nell’anno in cui tutto il mondo celebra la biodiversità, il nostro governo sceglie di esporre parchi e aree protette a nuove colate di cemento”.

Mentre il senatore Francesco Ferrante, responsabile per le politiche per i cambiamenti climatici del Pd, dice : “Il governo ha escogitato un cavallo di Troia per avviare delle speculazioni edilizie dove il cemento non dovrebbe assolutamente entrare. Invece di utilizzare la pratica del golf, che coniuga sport e cura dell’ambiente, per valorizzare aree degradate e da recuperare il governo autorizza l’ennesima aggressione al patrimonio paesaggistico del nostro Paese in nome di interessi privati”.

Oltretutto, secondo gli ambientalisti, in Italia di campi da golf ce ne sono abbastanza, visto che lo sport non è poi così diffuso. Sul territorio nazionale esistono, infatti, oltre 180 i circoli con campi regolamentari dalle 9 alle 36 buche, 43 gli impianti promozionali che offrono campi dalle 3 alle 9 buche e 59 i campi pratica. Il giro d’affari in Europa del golf si attesta attorno ai 50 miliardi di euro, con una crescita stimata (dal ministero del Turismo) intorno all’8% all’anno. In Italia si aggira intorno ai 350 milioni per gli introiti diretti, quelli cioè relativi unicamente alle attività del circolo golfistico. Il grimaldello utilizzato da Bernabò per far leva sulla Brambilla è però il confronto con quanto accade all’estero. In Paesi come la Spagna e il Portogallo i ricavi legati all’indotto del golf (sviluppo immobiliare, alberghi, vacanze) sono 4-5 volte superiori a quelli diretti. Negli ultimi anni il governo spagnolo ha realizzato più di 120 campi da golf in Andalusia, creando sviluppo nella più depressa regione del Paese. In Francia, il giro d’affari è di un miliardo e mezzo di euro e il turismo golfistico francese genera, da solo, un volume d’affari quasi 4 volte superiore a quello italiano. Perché, dunque, non farlo anche in Italia? La risposta, secondo i movimenti ambientalisti, è semplice: perché nel nostro Paese l’acqua non è in sovrabbondanza e per gestire i “green” invece ce ne vuole parecchia.

Alla creazione di nuovi campi, insomma, sono legati anche investimenti strutturali (tubature, drenaggi e irrigazioni automatiche) che rendono la questione dei campi da golf davvero uno dei bussines più redditizi del nuovo millennio turistico. E Bernabò Bocca, che di soldi se ne intende quasi quanto il suocero, non ha mancato di far fruttare al meglio la sua anima da grande Mazzarino del Turismo made in palazzo Grazioli. Quando si parla di incentivare qualcosa, d’altra parte, nell’era Berlusconi i primi a vederne i frutti sono gli amici. Delle ministre.

Internet, i server vanno in Islanda...


...per la libertà garantita al Web e per il freddo!

[Luigina D’Emilio, Il Fatto Quotidiano, 4 settembre 2010]

Ad attirare gli investimenti stranieri non c'è solo una legislazione che protegge la circolazione di informazioni e dati sulla Rete, ma anche il clima rigido: per raffreddare i calcolatori non serve l'aria condizionata e si risparmia energia

L’Islanda potrebbe diventare per Internet quello che la Svizzera è per le banche. Il paese dei geyser e di quel vulcano dal nome impronunciabile che ha messo a terra gli aerei di tutta Europa, si sta infatti proponendo come l’Eldorado del mondo in rete. Grazie a una legislazione che oggi protegge WikiLeaks e che potrebbe essere estesa per proteggere da cause civili e penali tutti i server che decidessero di migrare lassù. E grazie a una politica economica aggressiva che tende ad attrarre nell’isola le server farm più grandi del mondo, sfruttando il clima rigido che consente risparmi di energia e, quindi, di costi.

Le ”fattorie del terzo millennio” ospitano ciascuna centinaia di migliaia di computer e rappresentano il motore di Internet da cui passa tutto quello che attraverso la Rete arriva a casa nostra. Del resto questa è l’era del cloud computing: sempre più dati sono immagazzinati non nei nostri pc, ma in server lontani a cui accediamo mentre siamo in movimento, dall’ufficio, da casa, con il cellulare o l’iPad. Ma che cosa significa in termini di lavoro e investimento una server farm? Per capirlo basta pensare che il colosso della mela ne ha appena costruita una per la sua AppleTv: un progetto realizzato in North Carolina costato un miliardo e mezzo di dollari. È anche per ragioni economiche che l’Islanda si candida a paradiso dei provider e della libera informazione sul web. Ed ecco l’argomento che Reykjavik può sfruttare per convincere gli investitori: per raffreddare al meglio i computer delle server farm non serve l’aria condizionata, ma basta quella fredda del Paese. Il conto del risparmio è presto fatto, come spiega il dottor Bradd Krap, docente di Economia all’Università di Londra: “Oggi, per ogni watt consumato per alimentare un server, se ne spende tra il 40 e il 60% in più per il suo raffreddamento”. Alcuni grandi investitori hanno già cominciato a lavorare per costruire server farm in Islanda. Primo fra tutti la Verne Global, nata proprio con questo obiettivo. Secondo l’amministratore delegato Jeff Monroe: “Una server farm in Islanda fa risparmiare l’equivalente di mezzo milione di tonnellate di anidride carbonica l’anno rispetto ad una costruita in un’altra parte del mondo”.

Ai vantaggi dati dal risparmio energetico, si aggiungono i bassi costi dell’elettricità (il 100% dell’energia di questo paese proviene da fonti geotermiche rinnovabili) e la prospettiva di un’assoluta libertà garantita sia agli Internet provider che ai fornitori di informazione. È anche per gli interessi economici che sono in gioco, se la nuova legge sulla libertà di Internet ha avuto il sostegno non solo dei parlamentari ecologisti e delle sinistre, ma anche del primo ministro e del ministro delle finanze. Non saranno protetti solo siti come Wikileaks, ma anche chiunque scambi file in rete con il peer to peer. E le cause milionarie che la Riaa, l’associazione dei discografici americani, ha intentato contro migliaia di utenti che condividevano file non sarebbero più possibili se i server fossero posti sotto l’ombrello protettivo della nuova legge islandese. Pure la legge bavaglio del governo Berlusconi, se mai fosse approvata, diventerebbe poco più di un cattivo proposito nel momento in cui chi fa informazione decidesse di usare il porto franco islandese per pubblicare le notizie sulle cricche di casa nostra. Grazie a una ipertecnologica farm raffreddata dalla gelida aria di Reykjavik.

Fini dichiara guerra al bavaglio


[Sara Nicoli, Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2010]

Scontro istituzionale con Schifani che si infuria. Ma rimanda il testo in Commissione

“Ho dei dubbi”. Tre parole per dire: il ddl intercettazioni, così com’è, non passa. A costo di fermarlo io. Gianfranco Fini, da Santa Margherita Ligure, dichiara guerra alla legge bavaglio, schiera le sue truppe per contrastare questo ddl al Senato e promette che alla Camera ci metterà del suo per fare in modo “che il Parlamento rifletta ancora su quel testo”. A meno che non venga modificato. E forse succederà così visto che poi, come anticipato due giorni fa dal Fatto, il testo tornerà in commissione per un ulteriore approfondimento. Ma intanto le parole di Fini hanno scatenato il finimondo. Il presidente del Senato le ha prese davvero male, anzi malissimo, un intervento a gamba tesa sui lavori della sua Camera che non è quella di Fini: “Non mi sono mai occupato – è la replica stizzita – di dare valutazioni politiche in merito ad argomenti all’esame dell’altro ramo del Parlamento”. Controreplica di Fini: “Non rinuncio al mio ruolo politico; sulle questioni relative alla legalità e all’Unità nazionale non ho intenzione di desistere”. Ultima parola per Schifani: “Voglio garantire un ruolo di terzietà”.

Lo scontro istituzionale è conclamato. E pare anche di quelli che si annunciano definitivi. Fini “dà giudizi politici e di merito – lo rampogna Schifani – su argomenti che stiamo esaminando noi”, un fatto intollerabile che convince ad uscire allo scoperto anche Sandro Bondi: “L’intervento di Fini non solo è inutile, ma anche dannoso”. Così, quella che doveva essere una battaglia parlamentare senza esclusione di colpi tra maggioranza e opposizione, con quest’ultima decisa ad andare fino in fondo pur di bloccare tutto, si è trasformata nell’ennesima puntata della lenta – ma inesorabile – dissoluzione della maggioranza intorno all’ennesima legge ad personam.

Al punto da far usare al presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, un’espressione di sincero compiacimento: “Siamo molto soddisfatti; Fini, poi, è d’accordo con me”. In effetti, l’affondo di Fini è arrivato mentre in aula al Senato si discuteva il testo. Il vicecapogruppo del Pd, Luigi Zanda, aveva chiesto a Schifani di rinviare il testo in commissione Giustizia perché “ci sono emendamenti importanti della maggioranza con novità consistenti”. Stessa richiesta di Idv e Udc. Le parole del presidente della Camera hanno portato scompiglio tra i banchi della maggioranza a Palazzo Madama. Seccato lo sguardo di Maurizio Gasparri al pari di quello di Gaetano Quagliariello che ha sparato subito a zero in direzione di Montecitorio: “Fini ha un conflitto d’interessi che deriva dal doppio ruolo di capo della minoranza e presidente della Camera; ha tutti gli strumenti per superarlo”. Par di capire che Fini questo “gap” tra i due ruoli lo voglia superare a modo suo.

Oggi riunirà i suoi fedelissimi, a partire da Italo Bocchino passando per Fabio Granata fino ad arrivare a Giulia Bongiorno che terrà in mano le redini del provvedimento quando arriverà in commissione Giustizia alla Camera. Tre i punti su cui si focalizzano i dubbi di Fini: “La norma transitoria che contrasta con il principio di ragionevolezza, mi inquieta un po’ anche il limite dei 75 giorni e le parti sulle intercettazioni ambientali che così diventano impossibili”. Fini, insomma, la vuole smontare la legge così come la vuole Berlusconi. Schifani lo ha capito perfettamente. E per evitare il peggio, ovvero che il testo che uscirà dal Senato (si ricomincia a parlarne in aula l’8 giugno) venga modificato nuovamente alla Camera, obbligando ad una quarta lettura, ha previsto il ritorno in commissione: "Un pit stop ai box", secondo Gasparri.

Invece è molto di più. Lo ha chiarito, con un discorso dai toni a tratti commoventi Sergio Zavoli. Tre cartelle per dire che “la democrazia va difesa ogni giorno” e che il punto più alto di questa è “una parola alta, che va detta e udita in nome della responsabilità che essa esige, così solenne che si stenta a ripeterla senza qualche imbarazzo, ma la libertà, cui tutti dobbiamo richiamarci, è la prima a dar vita alle nostre speranze di non essere sconfitti dalle nostre sordità o dalla nostra rassegnazione; pronunciamola dandole un fondamento comune, è la sola che nessuno può pronunciare solo per se stesso”.

La satira e le verità nascoste


[Loris Mazzetti, Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2010]

Nell’ultimo rapporto di Freedom House, dedicato alla libertà di stampa, il nostro Paese è collocato al 72esimo posto nel mondo e al 24esimo su 25 nazioni in Europa. La risposta di Berlusconi: “In Italia c’è troppa libertà”. Nulla di nuovo sul fronte Occidentale. Che il premier provi un certo disagio verso la libertà di espressione è risaputo, le ultime intercettazioni, quelle di Trani, lo dimostrano. Durante l’ultimo Cdm, dedicato alla Grecia e al dopo Scajola, Berlusconi è straripato inondando, senza ritegno, Parla con me: “Non è ammissibile che una trasmissione pagata con i soldi pubblici si diletti nell’avere come unico bersaglio il governo e si diverti ad aggredirlo”.

La stessa frase era già stata pronunciata a Porta a Porta il 15 settembre 2009. Durante la puntata, dedicata alla ricostruzione dell’Abruzzo, disse anche: “Delinquenziale dire che la libertà di stampa è in pericolo”. Frase che ricorda l’editto bulgaro del 18 aprile 2002 contro Biagi, Santoro e Luttazzi. “Boia a chi molla”. Bisogna dare atto a mister B. di essere uno che persevera fino a quando gli ordini non vengono eseguiti. Lo stesso anatema, contro Biagi, Santoro e Luttazzi, l’aveva anticipato la settimana precedente, a Bologna, durante il suo intervento al congresso di An. Evidentemente Saccà si era distratto, ma dopo la replica del Cavaliere a Sofia, ha prontamente rimediato.

L’attacco alla Dandini preoccupa non solo perché avviene dal presidente del Consiglio che ha, come è noto, un serio problema con la satira, perché colpisce un programma del servizio pubblico giudicato dai telespettatori di qualità, dove, oltre a far divertire, si dà spazio alle nuove culture musicali, ed è l’unico che guarda con la giusta attenzione i giovani autori, creando non pochi problemi di ascolto alla seconda serata di Mediaset. E qui casca l’asino, cioè il solito conflitto di interessi mai risolto. Berlusconi non si fa cogliere mai impreparato, pronta la replica: “Se si riuscisse a individuare una serie di trasmissioni o azioni di attacco politico sulle reti Mediaset, allora si potrebbe dire che c’è conflitto di interessi”.

Impreparati, invece, quelli della Rai, mai una replica, come se il fatto riguardasse solo RaiTre e non l’intera azienda. Chissà perché quando ad essere attaccati sono altri programmi, come quelli di Lamberto Sposini e Monica Setta, che non vengono citati come un esempio di tv di qualità, la difesa Rai scatta d’ufficio? Un antico detto dice: “Chi attacca la satira il più delle volte ha qualcosa da nascondere”. Chi vuole scoprire cosa nasconde mister B. vada al cinema a vedere Draquila di Sabina Guzzanti, troverà la risposta.

Campania, la Gomorra dei rifiuti non dà tregua


[ Vincenzo Iurillo, Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2010]

Le aziende continuano ad avvelenare i cittadini interrando monnezza pericolosa perfino sotto i binari del treno. I carabinieri arrestano sei imprenditori.

Come il personaggio di Toni Servillo nel film Gomorra, un gruppo di ditte campane ha fatto sparire rifiuti speciali a prezzi stracciati, inquinando la terra, l’ambiente e il libero mercato. ‘Intombandoli’ o semplicemente depositandoli in siti non autorizzati e non protetti della provincia di Salerno, di Benevento e di Napoli, utilizzando automezzi vecchi e dipendenti in nero. Millesettecento metri cubi di ‘fetenzie’ sono state così ‘smaltite’, in spregio a ogni norma di salvaguardia dell’ambiente, soltanto nel periodo compreso tra il 28 ottobre 2008 e il 4 febbraio 2009. Lo si legge nelle 214 pagine dell’ordinanza del gip collegale di Napoli (competente secondo le nuove norme introdotte per i reati relativi alla spazzatura in Campania), eseguita stamane dai carabinieri del Noe di Salerno.

Un’ordinanza che dimostra che l’emergenza rifiuti qui è ancora lontana dall’essere risolta. Quattro arresti in carcere e due ai domiciliari, cinque misure dell’obbligo di dimora e due dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, in un’inchiesta che ipotizza l’esistenza di un’associazione per delinquere che ha lucrato sullo smaltimento illecito dei rifiuti.

Sono 49 gli indagati tra imprenditori, autotrasportatori e titolari di cave e terreni. Il capo era Alfonso Russo, 43 anni, titolare un’impresa di trasporti con sede legale a Nocera Superiore. Russo muoveva i fili dell’organizzazione da casa: era agli arresti domiciliari per accuse di usura. Il gip ha disposto il sequestro giudiziario sia delle ditte che operavano nello smaltimento, che di quelle che si rivolgevano loro per liberarsi dei propri rifiuti. Si tratta per lo più di imprese del polo conciario di Solofra, nell’avellinese, e del settore della trasformazione agricola dell’agro nocerino sarnese, provincia di Salerno. Il pm Maurizio De Marco della sezione Ambiente di Napoli, coordinata dall’aggiunto Aldo De Chiara, aveva chiesto l’arresto anche per gli imprenditori che per risparmiare più di 100 euro per tonnellata di rifiuto da smaltire (con tagli di spesa complessivi di decine e decine di migliaia di euro), si affidavano a quelle che il gip ha definito “piccole e improvvisate ditte che sopravvivono al di fuori di qualsiasi regola”. Ma il giudice ha negato per loro le misure cautelari, ritenendo sufficiente il sequestro delle attività. ‘Sigillate’ anche una cartiera di Minori e diverse aziende conciarie dell’avellinese.

Nelle ‘discariche’ – tra le quali una sita in un’area di cava di Pagani, un’altra a Sant’Agata dei Goti ed un’altra nel sottosuolo dei binari ferroviari di Napoli - finiva di tutto. Persino il cromo esavalente delle polveri di lucidatura. I camion, filmati di nascosto dai militari del Noe, hanno scaricato per mesi ritagli e scarti del cuoio conciato, scarti della separazione meccanica nella produzione di polpa da rifiuti di carta e cartone, miscugli di cemento, mattoni, mattonelle, ceramiche, resti di lavorazione del pomodoro. Il giro d’affari era notevole. L’inquinamento ambientale, purtroppo, lo era altrettanto.

Raiperunanotte: i teleribelli


[Silvia Truzzi, Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2010]

Santoro in onda da Bologna buca la censura di Berlusconi. Appello a Napolitano: abbiamo il diritto e il dovere di farci sentire.

Il bavaglio è diventato un megafono. E Sofia al massimo il nome di una signorina, non più capitale di un editto forse abrogato per sempre. Chi la fa l’aspetti: la rivincita viaggia on line: 120mila accessi Internet contemporanei. E va in scena in un Palazzetto dello sport. Qui, di solito, gli spalti si riempiono per le partite di basket, una cosa fuori moda con le regole e un arbitro che fischia i falli senza badare al colore della maglia. Il Paladozza stasera accoglie tutti gli squalificati di un gioco senza più regole né arbitri: ecco Raiperunanotte, (e)versione di Annozero dopo il cartellino rosso dell’Authority. Michele Santoro l’aveva spiegato: "Stiamo dentro un filo spinato, ma proviamo a tagliarlo". Dal buco della impar-condicio unilaterale, violata a piacimento dal premier (e se se n’è accorta perfino l’Agcom) sono passate migliaia di cittadini, davanti a computer, televisioni, maxischermi. Per una conta che dia la misura vera della protesta c’è tempo. Resistere si può e chi intendeva spegnere voci "stonate" ha ottenuto il risultato opposto. Quelli che "rompono sempre i coglioni", continuano a farlo: la rispettosa dichiarazione viene rilasciata a Luca Bertazzoni, inviato di Santoro, da un militante del Pdl durante la manifestazione di piazza San Giovanni. Le altre affettuose parole sono poco riferibili: le più tenere si augurano la morte di Di Pietro, Travaglio, Santoro. Come si dice: quanti crimini sono stati commessi in nome dell’amore?

Ammorbati – Dal mal d’amore al cancro, è la campagna elettorale delle malattie. Il segretario nazionale della Federazione nazionale della stampa Siddi spiega al pubblico che il “vero cancro è la manipolazione”. Ed è solo l’antipasto. Michele Santoro, nell’editoriale di apertura della puntata, si rivolge a Napolitano per suggerirgli che tra i tanti acciacchi della nostra malridotta democrazia, il peggiore è il conflitto d’interessi. Poco prima erano andati in onda due spezzoni registrati: un Mussolini affacciato al balcone e un terribilmente simile Silvio Berlusconi in piazza San Giovanni. "Presidente", inizia Santoro, "noi non siamo dentro il fascismo. Ma certe assonanze sono davvero preoccupanti". E racconta che proprio oggi ricorre l’anniversario della chiusura della Radio Libera di Partinico - l’emittente di Danilo Dolci - silenziata il 25 marzo del 1970. "Vorrei ricordarle, con grande umiltà, che il presidente Nixon per una telefonata dovette dimettersi". Poi Santoro lancia sos a Napolitano, citando ancora il sociologo siciliano: "E’ un delitto di enorme gravità quando si registra un’interferenza diretta della politica sulla libertà d’informazione". E aggiunge: "Questa è una violenza fatta alla Costituzione". Però attenzione, perché come spiega Gad Lerner: "La censura crea sempre il suo antidoto".

Il telefono no – “Chiudere i pollai pagati con i soldi pubblici”. Era l’ordine di Berlusconi all’Agcom. Invece le galline sono scappate e dimostrano che libere nell’aia fanno più rumore che chiuse nel recinto. Così le intercettazioni, eterno cruccio di un premier che non riesce nemmeno se legato a star lontano dalla cornetta, vanno in onda: Mills, Cosentino, Trani, un po’ per tutti i gusti. Santoro con Ruotolo le ripropone per dimostrare che tutti i paletti messi ad Annozero non erano un caso. E stasera vanno in onda le conversazioni che hanno "aperto il fuoco" sul programma di RaiDue e a cascata su tutti gli altri. "Non si parla di processi in tv. I processi si fanno in tribunale" (quando si riesce). E infatti, guarda la coincidenza, le docu-fiction vengono ritirate dal commercio. Pochi minuti prima dell’inizio, il presidente della Fnsi Roberto Natale parla al pubblico del Paladozza ormai strapieno. E racconta che ai signori di "questa vergognosa Rai" il vizio di telefonare non passa: in queste ore continuano a chiamare per sapere che cosa andrà in onda. Senza parole, senza pudore: come se dovesse interessare alla Rai un programma che si può vedere praticamente dappertutto fuorché sulla Rai. Anche se in Fede, le intercettazioni mica sono il Vangelo. Berlusconi non vuol far chiudere nessuno: lo spiega dallo schermo il direttore del Tg4 intervistato da Stefano Maria Bianchi. Ed è così in buona che quasi quasi gli dispiace di non essere presente.

Testimonial – In effetti chi c’è c’è, chi non c’è si nota. Lo dice Elio in una pausa delle prove, che si aggira aggrottando le sopracciglione. "Molti miei colleghi avrebbero potuto venire, invece hanno scelto di non correre nessun rischio". Lui, con Storie tese, ha deciso cantare "Italia amore mio" del trio degli orrori, liberamente interpretata. Ma anche senza cambiare il testo va bene lo stesso: "Io non avevo fatto niente e non potevo ritornare". Da Emanuele Filiberto a Santoro, il paradosso degli esili. E poi ci sono Giovanni Floris (che sulle intercettazioni e sulle rivoluzioni però prende le distanze), Norma Rangeri, Vauro, Roberto Pozzan, Giulia Innocenzi, Marco Travaglio applauditissimo. Daniele Luttazzi - accolto con un calore straordinario - fa un monologo "approvato dalla Cei" per spiegare come ce l’hanno messo in quel posto: "A fare un uso criminoso della Rai sono Berlusconi e Masi. Sono otto anni che aspettavo di dirlo". E ancora i volti di RaiTre Milena Gabanelli e Riccardo Iacona. La sigla è live: per l’occasione suonata al piano dall’autore, il maestro Nicola Piovani. Sandro Ruotolo ha registrato uno sketch con Roberto Benigni. Si esibiscono Teresa de Sio, Antonio Cornacchione e il trio Medusa in una strepitosa satira del Tg1 (forse ha riso perfino Minzolini). I grandi vecchi: Mario Monicelli pronuncia la parola rivoluzione, Gillo Dorfles parla di democrazia viziata. E li ascoltano moltissimi giornalisti venuti perché tutto questo è voluto anche da Fnsi e Usigrai. C’è Morgan, simbolo (vabbè) della censura tossica che suona con Antonello Venditti, prima di ingarbugliarsi in un discorso fischiato dal pubblico. Non c’è Enzo Biagi. Però c’è Loris Mazzetti, suo storico collaboratore, dirigente Rai, icona della par condicio a due velocità. Nella Rai di Masi e Minzolini lui è stato sospeso per dieci giorni a causa degli articoli apparsi sul Fatto. Siede dietro un filo spinato (ma ha un sacco di buchi).

Così Berlusconi ordinò:"Chiudete Annozero"


[Il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2010]

Silvio Berlusconi voleva "chiudere" Annozero. Un membro dell'Agcom – dopo aver parlato con il premier - sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d'aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani - per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un'inchiesta partita da lontano. L'indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d'usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l'Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l'ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d'interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un'altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all'interno dell'Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull'argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s'intrecciano. I sospetti crescono. L'inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull'Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull'Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” - come pubblicamente li chiama lui - siano chiusi. E l'Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi - che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione - parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l'Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l'esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all'avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell'Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l'hanno attaccato. Chiede se - e come - l'Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l'intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell'Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l'Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l'Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all'avvocato inglese Mills, all'epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell'Utri. Tutt'altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un'impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell'Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell'intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un'indagine.

La notizia più interessante, però, è un'altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d'interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d'indagine - è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile.

Colpo di Stato


Da questa notte l'Italia non è più, ufficialmente, una democrazia. Napolitano ha firmato il decreto della legge interpretativa del Governo che rende alcuni italiani più uguali degli altri. Le leggi d'ora in poi saranno interpretate, ogni volta che converrà a loro, da questi golpisti da barzelletta e, alla bisogna, interverrà un presidente della Repubblica che dovrebbe essere messo sotto impeachment per alto tradimento.
Napolitano ha firmato di notte, di fretta, mentre gli italiani dormivano (forse per una volta si vergognava anche lui). Le liste elettorali senza firme, con firme non autenticate, liste neppure presentate, le liste porcata sono state interpretate, riverginate. Formigoni e Polverini sono stati riammessi. Una qualunque lista dell'opposizione con il più piccolo vizio di forma sarebbe stata respinta. Siamo in dittatura. Sembra strana questa parola detta all'inizio di una nuova primavera: "dittatura".
La magistratura è fuori gioco. Il Parlamento è fuori gioco. Le leggi, anzi i decreti legge del Governo, sottratti alla discussione parlamentare, sono la norma. La firma di Morfeo Napolitano è sempre scontata. E ora, persino l'interpretazione delle leggi è soggetta a Berlusconi, è compito del Governo. Io Berlusconi, io La Russa, io Cicchitto, io Maroni, io Gasparri, io Napolitano... io sono io e voi, cari italiani, miei sudditi, non siete un cazzo. Io emano le leggi, le interpreto e regno.
I ragazzi del MoVimento 5 Stelle hanno raccolto firme per la strada, valide, autenticate per mesi durante questo gelido inverno. Senza un soldo di finanziamento, tutto di tasca loro. E sono stati ammessi in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania. Formigoni e la Polverini se venissero eletti, non avrebbero nessuna legittimità e i primi a saperlo sono proprio loro. Nessuna legge regionale in Lombardia e nel Lazio potrebbe essere ritenuta valida dai cittadini. Il lombardo e il laziale a questo punto avranno il diritto sacrosanto di interpretare le leggi come cazzo gli pare.
Da oggi inizia una nuova Resistenza, l'Italia non è proprietà privata di questi scalzacani. Questa legge porcata in un certo senso è un bene. Ora è chiaro che il Paese si divide in golpisti e democratici. Noi e loro. La Grecia è vicina e forse ci darà una mano. Tloc, tloc, tloc. Girano le pale. Tloc, tloc, tloc. Si scaldano gli elicotteri.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

[Blog Grillo, 6 marzo 2010]

C’è mafia e mafia


Solidarizzare col senatore Di Girolamo sarebbe eccessivo. Ma condividere il suo stupore per lo sdegno generale che lo circonda, anche tra gli alleati e i presunti oppositori del Pd che due anni fa l’avevano salvato dall’arresto (unici contrari gli Idv) e ora lo vogliono cacciare, questo sì, si può fare. Non si comprende la differenza fra il suo caso, che ha portato persino Berlusconi a scaricarlo, e quelli di Dell’Utri e Cuffaro. Anzi l’unica differenza è a suo favore: Dell’Utri è stato condannato in primo grado per mafia, Cuffaro in appello per favoreggiamento alla mafia, Di Girolamo non ancora. Ha “solo” un mandato di cattura per rapporti con la ‘ndrangheta. Come Cosentino, che però starebbe con la camorra e dunque resta sottosegretario.

Si dirà: Di Girolamo è stato fotografato con un boss e le cosche votavano per lui. Ma vale pure per Cuffaro, che fu filmato con due medici mafiosi: Vincenzo Greco, condannato per aver curato il killer di don Puglisi, e Salvatore Aragona, condannato per aver fornito un alibi falso al boss Enzo Brusca.
Entrambi legatissimi al boss Giuseppe Guttadauro, che Cuffaro fece avvertire delle microspie a casa sua. Per Dell’Utri c’è solo l’imbarazzo della scelta. Dal 1974 e il ‘76 infila un mafioso, Vittorio Mangano, in casa di Berlusconi: assunzione suggellata – scrive il Tribunale di Palermo – da un incontro a Milano fra il Cavaliere, Dell’Utri e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo.
Nel 1976 partecipa – l’ammette lui stesso – al compleanno del boss catanese Antonino Calderone, insieme ai mafiosi Mangano, Nino e Gaetano Grado.
Nel ’77 va a lavorare per Filippo Rapisarda, legato a mafiosi come Vito Ciancimino e il clan Cuntrera-Caruana.
Nel 1980 partecipa – l’ammette lui stesso – a Londra alle nozze di Jimmy Fauci - pregiudicato siciliano legato ai Caruana, addetto al traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada - con i mafiosi Di Carlo, Teresi e Cinà.
Nel 1992 il boss di Trapani, Vincenzo Virga, minaccia l’imprenditore Garraffa per perorare la causa di un presunto credito in nero reclamato da Dell’Utri (Virga e Dell’Utri si salveranno grazie alla prescrizione del reato di minacce gravi). Intanto Dell’Utri ottiene un provino al Milan per Gaetano D’Agostino, figlio di un complice dei Graviano.
Nel 1993, mentre lavora al progetto Forza Italia, Dell’Utri s’interessa al movimento mafioso “Sicilia Libera”: i suoi contatti con uno dei fondatori, il principe Napoleone Orsini, risultano da agende e tabulati. In novembre ancora le sue agende rivelano due incontri a Milano, nella sede di Publitalia, con Mangano, appena uscito da 11 anni di galera per mafia e traffico di droga.
Nel 1998 la Dia fotografa Natale Sartori (socio della figlia di Mangano in alcune cooperative di pulizie) mentre rende visita al neodeputato Dell’Utri.
Pochi mesi dopo la Dia filma un incontro a Rimini fra Dell’Utri e un falso pentito, Pino Chiofalo, che organizza un complotto contro i pentiti veri.
Nel ‘99 Dell’Utri si candida al Parlamento europeo: un fedelissimo di Provenzano intercettato in un’autoscuola raccomanda ai picciotti di votare per lui: “Dobbiamo portare e aiutare Dell’Utri, sennò lo fottono. Se sale alle Europee non lo tocca più nessuno…‘sti sbirri non gli danno pace”. Nel 2001, vigilia delle politiche, il boss Guttadauro parla con Aragona: “Con Dell’Utri bisogna parlare, alle elezioni ’99 ha preso impegni (col boss Capizzi, ndr) e poi non s’è fatto più vedere”. Aragona: “Io sono stato invitato al Circolo, sede culturale di Dell’Utri in una biblioteca famosa”.
Nel 2003 Vito Palazzolo, boss latitante in Sudafrica, contatta Dell’Utri tramite intermediari (tra cui la moglie) perché prema sul governo Berlusconi per sistemare i suoi guai giudiziari.

Di Girolamo, al confronto, è un principiante. Ma ha un grave torto: “L’ha portato An”, dice il Banana, dunque l’inchiesta non è talebana né a orologeria: “È una cosa seria”. Ha sbagliato partito e soprattutto banda: se stava con la mafia o con la camorra, come minimo sarebbe sottosegretario.

[Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 1 marzo 2010]

Le tangenti "pulite" e "fatturate"


La Protezione civile ha centinaia di consulenti: ci sono consulenze di "area politica ed economica", di "ricerche e di indagine". Se ne rintracciano alcune stravaganti. "Consulenti di comunicazione politica e pubblica nel settore", consulenti di "accessibilità immediata agli specialisti del settore per la risoluzione di problematiche improvvise", "consulenti in strategie e tecniche dell'informazione, di immagine e divulgazione della cultura di protezione civile", consulenti per "coadiuvare il Capo del Dipartimento nelle attività collegate all'iter parlamentare dei provvedimenti legislativi", "consulente per le attività di comunicazione visiva".

Illegittimo cedimento


Fino a tre anni fa, quando passavano porcate incostituzionali come il legittimo impedimento, le persone perbene guardavano fiduciose al Colle. E spesso il Colle dimostrava che era una fiducia ben riposta, rispedendo le porcate al mittente: accadde col decreto Conso (grazie a Scalfaro), con la Gasparri, la Castelli e la Pecorella (grazie a Ciampi).

Da quando c’è Napolitano, non è mai accaduto. Infatti il Giornale scrive che "Napolitano non opporrà ostacoli" neanche stavolta. E’ vero che c’è sempre una prima volta, la speranza è l’ultima a morire, ma insomma. Dunque dove guardare, se anche il Colle è sprofondato?

Alla Consulta certo, ma campa cavallo: ha tempi di reazione da bradipo e quando esaminerà il legittimo impedimento sarà già scattata la nuova porcata, il superlodo Al Nano con legge costituzionale. Che, pur essendo incostituzionale, difficilmente la Corte potrà esaminare.

Dunque Berlusconi è al sicuro? Mica tanto. Il processo breve è congelato alla Camera perché Fini ha dei dubbi e Napolitano (persino lui) pure. In ogni caso è talmente incostituzionale che stopperebbe i processi al Banana per un annetto, poi la Consulta fulminerebbe anche quella porcata e le udienze ripartirebbero da dove si erano interrotte.

Angelino Jolie, noto giureconsulto, dà per scontato che, entro i 18 mesi dalla scadenza del legittimo impedimento, "molto rapidamente" gli verrà agganciato il nuovo lodo per le alte cariche o, in alternativa, la legge costituzionale che ripristina l’autorizzazione a procedere.

Forse non gli hanno spiegato che, anche se e quando saranno approvati a maggioranza da Camera e Senato e firmati dal capo dello Stato, lodo e/o immunità saranno lettera morta: prima dovranno essere sottoposti ai cittadini col referendum confermativo.

Gl’italiani dovranno rispondere a questa domanda: la legge è uguale per tutti i cittadini o quattro sono più uguali degli altri? Stando ai sondaggi, vince la prima risposta 80 a 20, anche fra gli elettori del centrodestra.

L’unica via di scampo per la banda del buco è approvare una delle leggi costituzionali con i due terzi del Parlamento: per raggiungerli, al Pdl non basta il soccorso della finta opposizione dell’Udc, peraltro scontato.

Occorrono i voti del Pd. A questo mira la nuova campagna della stampa berlusconiana, e del Pompiere al seguito, contro Di Pietro, degno corollario della beatificazione di Craxi: demolire la memoria di Mani Pulite, far passare l’idea che i processi ai politici che rubano sono complotti politici, dunque la casta va protetta da nuovi assalti delle toghe politicizzate (quelle che ieri hanno assolto Berruti, per dire).

Lo confessa Massimo Franco sul Pompiere dell’Inciucio: "La lievitazione del caso Di Pietro potrebbe regalare qualche sorpresa". Perciò si continua a montare la panna sul nulla: per azzoppare l’unico ostacolo rimasto sulla via dell’impunità.

Ecco dunque dove gli italiani perbene devono rivolgere lo sguardo: a quel che accade dalle parti di Bersani. Nemmeno un voto del Pd dovrà andare al partito dell’impunità. Dipendesse dalla nomenklatura (quella dei D’Alema che rincorrono sempre il “male minore”, dei Violante che delirano di "squilibrio fra giustizia e politica", dei Letta che giustificano “la difesa dai processi”), l’impunità sarebbe già cosa fatta.

L’altroieri, mentre la Camera votava la porcata, Bersani incredibilmente dichiarava: "Siamo pronti al dialogo sulle riforme se il premier rinuncia alle leggi ad personam" (intanto gliene passava un’altra sotto il naso).

Ma per fortuna ci sono pure gli elettori, che sono molto meglio degli eletti. Spetta a loro premere con ogni mezzo sul vertice Pd – con manifestazioni, mail, fax, telefonate, lettere ai giornali, interventi ai comizi e ai convegni ogni qual volta s’imbattono in un leader di passaggio – per far sapere che con questa gentaglia non vogliono alcun dialogo, tavolo, compromesso sulla giustizia.

Parlando l’unico linguaggio che lorsignori ancora capiscono: la minaccia. Al primo inciucio che fate, non vi votiamo più.

[Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2010]

Fini, monito al governo: "Non detti agenda alle Camere"


Il presidente dell'Assemblea di Montecitorio durante una tavola rotonda. "Solo una visione mitologica della democrazia può indurre a ritenere che la funzione di governo si traduca automaticamente, una volta conclusa la competizione elettorale, in un'agenda legislativa predefinita e a senso unico in cui il potere esecutivo, soprattutto con il ricorso all'uso distorto, sotto vari profili, della decretazione di urgenza, tende a limitare, o peggio a soffocare il libero dibattito parlamentare sulle grandi decisioni della politica pubblica".

"La legittimazione democratica a governare - ha proseguito Fini- non è infatti solo un dato iniziale che scaturisce dalle urne, ma si rafforza giorno dopo giorno nell'affrontare e nel risolvere i problemi sempre nuovi e inattesi che si presentano sul terreno concreto dei bisogni della collettività".

"In un sistema parlamentare come il nostro - ha sottolineato ancora - il rapporto quotidiano fra governo e parlamento serve appunto a far valere di fronte ai cittadini, in modo trasparente e motivato, la responsabilità per le decisioni che si prendono durante l'intero arco della legislatura. E' solo attraverso questo confronto quotidiano che le iniziative politiche del governo e della sua maggioranza diventano come richiede la costituzione 'politica nazionale', cioè quella unitaria sfera deliberativa in cui tutte le forze politiche sono chiamate a concorrere con metodo democratico".

[Gianfranco Fini, 12 gennaio 2010]

Il furto del TFR


Il matematico e economista Beppe Scienza vi fa un regalo per il nuovo anno. Un consiglio che salverà il valore del TFR a chi non l'ha ancora affidato ai fondi pensione. Passate parola a tutti i lavoratori, vostri colleghi o amici, di tenersi stretto il TFR nel 2010. Quando arriverà una busta arancione con la richiesta di spostare il TFR nei fondi pensione rifiutate. Per raccattare qualche adesione in più ci sarà probabilmente il silenzio/assenso, quindi dovrete rispondere per forza. Il 6 giugno del 2007, ben prima della crisi economica, il blog pubblicò il post: "Il TFR mormorò" con gli stessi consigli: "Se lavori nel settore privato ed entro fine giugno non dici nulla, il tuo TFR finirà nel risparmio gestito. Un’avventura da far tremare i polsi. Da vent’anni i fondi comuni fanno perdere soldi. E i fondi pensione sono pronti a ripetere gli stessi disastri. Il silenzio assenso è una trappola. Cambiano le carte in tavola senza chiedere nulla. E’ il gioco delle tre tavolette con i soldi di una vita. Non è vero che costruiscono una pensione integrativa: danno il TFR in pasto all’industria del risparmio gestito.". Chi in seguito ha mantenuto il suo TFR in azienda ha guadagnato, chi ha investito in fondi ha perso una cifra!

Intervista a Beppe Scienza:

"L’ultima novità sul TFR ha suscitato molto sdegno, anche se in effetti non è la cosa più grave. La novità è che la Legge Finanziaria per il 2010 utilizzerà quei soldi che le aziende, anziché tenerli loro a fronte del TFR dei loro dipendenti, hanno dato all’Inps non è la cosa più grave, in quanto non tocca veramente la situazione dei lavoratori; purtroppo sono altre le cose che toccano o toccheranno o minacciano di toccare la situazione dei lavoratori.
La riforma bipartisan del TFR, decisa prima da Maroni e Tremonti con il governo Berlusconi e poi anticipata di un anno dal governo Prodi, è stata uno dei tiri più mancini tirati ai lavoratori italiani negli ultimi decenni.
Il vero inganno, il vero imbroglio, la vera falsità che viene diffusa dai vari economisti di regime è un’altra, ed è la base del discorso con cui si vuole convincere la gente a aderire alla previdenza integrativa e è questo discorso. Le pensioni saranno basse e quindi non sufficienti, per integrarle bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione: bene, questa è una falsità bella e buona! Può anche darsi che le pensioni saranno basse, anche se è difficile prevedere tra 40 anni come saranno le pensioni, prevedere a distanza di 40 anni come saranno le pensioni, come saranno gli stipendi, come saranno i prezzi è praticamente impossibile. Ma anche se fosse vero che saranno basse, è falso che per avere una rendita aggiuntiva bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi: no, uno si tiene il TFR e, quando incassa la liquidazione, se vuole utilizza questa cifra per avere una pensione integrativa e, se quella cifra è più alta di quanto è rimasto invece a quel poveraccio che ha aderito a un fondo pensione, chi non ha aderito avrà una pensione integrativa più alta di chi ha aderito.
Ci sono dei campioni, nella non nobile arte di prendere in giro i lavoratori italiani che raccontano loro delle cose addirittura ridicole; prendo un esempio concreto, uno di questi campioni si chiama Marco Lo Conte ed è un giornalista de Il Sole 24 Ore, il bollettino quotidiano della Confindustria, in cui lui dice - cito da sabato 24 ottobre 2009 a pagina 4 di Plus24, il supplemento - che: “per chi non aderisce alla previdenza integrativa c’è la certezza roulotte, cioè la certezza di trovarsi, in vecchiaia, a vivere in una roulotte senza neanche il cibo per i gatti” e questo riguarderebbe 18 milioni tra i 23 milioni di italiani lavoratori dipendenti. Beh, dire che chi non aderisce alla previdenza integrativa è certo di finire a vivere in roulotte mostra soltanto che a Il Sole 24 Ore manca il senso del ridicolo.
Con il 2010 dovrebbero arrivare a tutti i lavoratori dipendenti delle buste, pare di colore arancione, ma l’aspetto cromatico è irrilevante, in cui si dice loro quale sarà presumibilmente la loro pensione. Il fine di queste buste arancioni è spaventare i lavoratori e indurli, spingerli a cosa? Ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi. Ecco, questo è quello che una persona prudente proprio non deve fare.
Dare i propri soldi ai fondi pensione vuole dire correre due rischi che con il TFR non si corrono: il primo rischio - e si è visto bene nel 2008 - è che un crack di mercati finanziari faccia scendere di valore quello che uno ha messo da parte; qui non si tratta di fallimenti, i fondi pensione non falliscono, anche i fondi comuni non falliscono, però possono perdere il 90% senza fallire. L’altro rischio che c’è è che riparta l’inflazione.
Quello che è sicuro è che, di fronte a entrambi questi due rischi, un crack dei mercati finanziari e il ripartire dell’inflazione, che magari possono anche capitare entrambi insieme, perché a volte le brutte notizie vengono insieme, chi si tiene il TFR è tranquillo, perché il valore del TFR non dipende dai mercati finanziari e, se viene l’inflazione, il TFR segue in maniera eccellente l’inflazione.
Ora, il ministro Sacconi ha più volte anticipato che: “si farà partire un nuovo periodo di silenzio /assenso”, cioè altri sei mesi in cui, automaticamente, se uno decide di no, i suoi soldi vanno nei fondi pensione.
Il TFR va bene per i lavoratori, va abbastanza bene per i lavoratori, va abbastanza bene per le aziende, però non fa guadagnare i banchieri, perché i lavoratori prendono i soldi dalle aziende e la banca non si mette in mezzo a fare la sua cresta; non fa guadagnare gli assicuratori, che non sono assolutamente nel gioco, non va guadagnare i gestori di fondi perché non gestiscono niente, non fa guadagnare i sindacati, perché non hanno a da mettere i loro uomini, come invece li mettono, nei fondi pensione per la gestione dell’amministrazione, non fa guadagnare i funzionari della Confindustria e delle altre organizzazioni del patronato, che invece nei fondi pensione mettono anche loro i propri uomini, non fa guadagnare i docenti universitari, non fa guadagnare gli economisti, perché il TFR va avanti per conto suo e gli economisti non possono fare consulenze, non possono essere nei consigli di amministrazione dei fondi pensione, non possono guadagnarci sopra. Insomma, il TFR è una cosa che va bene soltanto ai lavoratori e alle aziende, non fa guadagnare gli altri e gli altri hanno cercato di distruggerlo. Per fortuna non ci sono ancora riusciti!" Beppe Scienza

[Blog Grillo, 27 dicembre 2009]

Nessuno tocchi il soldato Travaglio!


Marco Travaglio è un giornalista, sembra poco, invece, in Italia, è molto, moltissimo. Un giornalista libero che non vive dei contributi dello Stato, delle tasse di operai e impiegati. Come ad esempio fanno i mantenuti Ferrara del Foglio, Polito del Riformista e Belpietro di Libero. Travaglio è esile, non ha la scorta, scrive di fatti documentati. Se un centesimo degli scritti dei suoi libri fosse falso sarebbe in carcere da un decennio. Per poter continuare a scrivere ha dovuto fare un suo giornale, Il Fatto Quotidiano, che non è, come tutto il resto della stampa, a carico dei cittadini. Le grandi testate non lo hanno voluto. Fa il suo mestiere, informa. E questo in Italia non è tollerato.

Nel 2006 Anna Politkovskaja fu assassinata a Mosca. In Russia ai giornalisti liberi si spara. La Politkovskaja disse: "Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano". Lei era diventata un bersaglio e pagò. Travaglio è oggi, a sua volta, un bersaglio di regime.

Bruno Vespa ha intitolato Porta a Porta: "Di chi è la colpa?" puntando il dito su Travaglio di cui ha fatto vedere spezzoni inquietanti dell' ultimo Passaparola tratto da questo blog. E' Travaglio che ha armato moralmente lo psicolabile con il modellino del duomo di Milano? (... esaurito da giorni in tutta Milano, ci sono forse migliaia di psicolabili in giro che vogliono ripetere l'insano gesto?).

Paolo Liguori, memore dei bei tempi di Lotta Continua, ha esternato: "Nelle parole di Travaglio non c'è un barlume di pietà né di amore. Queste parole possono istigare alla violenza".

Nel programma "Pomeriggio 5" in onda su Canale 5, lo psichiatra Alessandro Meluzzi ha un lapsus: "Ci sono lanciatori di pietre. Come si chiama questo personaggio? Tartaglia, Travaglio. Sì, Tartaglia."

Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Partito dell'Amore ha detto alla Camera: "A condurre questa campagna (di odio nei confronti di Berlusconi, ndr) è un network composto da un gruppo editoriale Repubblica-espresso, quel mattinale delle procure che è Il Fatto, da una trasmissione condotta da Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio". La tessera P2 2232 Cicchitto ha poi invitato i deputati del Partito dell'Amore a non assistere all'intervento di Di Pietro. La scena dei deputati del Pdl. "nominati" (e non eletti dai cittadini) dal piduista Berlusconi, in fila indiana dietro al piduista Cicchitto per uscire dal Parlamento, come scolaretti dietro al Gran Maestro, rimarrà nella Storia della Repubblica. Mai così in basso.

La P2 regna e informa. Ha scelto un bersaglio: Travaglio, che non può distruggere con la diffamazione o comprare, ma solo abbattere. Dietro Travaglio c'è però la Rete, ci sono milioni di italiani. Se dovesse succedergli qualcosa, anche se dovesse colpirlo un fulmine dal cielo, qualcuno dovrà renderne conto. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

[Blog Grillo, 18 dicembre 2009]

Spartacus, la madre di tutti i processi


Nei prossimi tre giorni si chiuderà dopo undici anni il terzo e ultimo grado del Processo Spartacus. È un evento epocale che rischia di passare inosservato, sotto silenzio. Come un normale ingranaggio giudiziario che volge al termine. Il processo Spartacus è il più grande processo di mafia della storia della criminalità organizzata in Europa, paragonabile solo al Maxi Processo contro Cosa Nostra istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

[Roberto Saviano , Repubblica, 14 dicembre 2009]

Storie di tritolo cavalli e Forza Italia


Il nuovo potere che si snoda tra‘92 e‘93 e le scelte politiche dei clan. Le trasferte dei boss al nord e la nuova trattativa. E oggi Spatuzza e le paure di Berlusconi.

di Peter Gomez

A Firenze, quella notte, c'era un ragazzo affacciato a una finestra. Chi l’ha visto racconta che “urlava”, ma che “a un certo punto ci fu una fiammata e sparì”. A Firenze, quella notte, c'era una bimba. Aveva solo sei mesi e si chiamava Caterina. Dalle macerie della Torre del Pulci la estrassero dopo tre ore. Era come avvoltolata in un materasso. Sul viso aveva solo un graffio e per qualche minuto il medico che la soccorreva pensò di poterla salvare. Ma si sbagliava.

A Firenze, in quella tiepida notte di maggio, morirono in cinque. E altri cinque se ne andarono esattamente due mesi dopo, il 27 luglio, a Milano. Uccisi da un'autobomba in via Palestro, mentre a Roma saltavano in aria due chiese e il presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, credeva che fosse in atto un colpo di Stato. Il centralino di Palazzo Chigi, forse perché sovraccarico di chiamate, non funzionava.
I politici, fiaccati dalle indagini sulla loro corruzione e messi in ginocchio dagli avvisi di garanzia firmati dal pool di Mani Pulite, parlavano di terrorismo internazionale, di kommando arabi, di servizi segreti deviati. Solo l’ex segretario del Partito socialista Bettino Craxi sembrava capire. E ai giornalisti diceva: “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”.

SCHEGGE E FRAMMENTI

Eccolo qui il racconto dell’estate del terrore. Eccoli qui quei fatti del 1993-94 ai quali, con “follia pura”, secondo il premier Silvio Berlusconi, “frammenti di procure guardano ancora”. Una lunga scia di sangue e tritolo che ufficialmente si apre nella Capitale 14 maggio ‘93 quando in via Fauro, il presentatore Fininvest, Maurizio Costanzo, sfugge per miracolo a un attentato dinamitardo. E che prosegue, dopo le bombe di Firenze, Milano e Roma, con l’assassinio di don Pino Puglisi a Palermo, con la mancata strage di carabinieri allo Stadio Olimpico (“i morti dovevano essere cento” ha ricordato il pentito Gaspare Spatuzza)e il tentativo di far fuori con la dinamite lo storico collaboratore di giustizia, Totuccio Contorno, il 14 aprile del 1994.

Come nasca la strategia stragista di Cosa Nostra ce lo dicono ormai decine di sentenze definitive. Intorno al 1991 il capo dei capi Totò Riina, capisce che, nonostante le garanzie ricevute da un pezzo di Democrazia cristiana, attraverso l’eurodeputato Salvo Lima, il maxiprocesso, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo, andrà male.

In Cassazione il verdetto non sarà annullato perchè il giudice Giovanni Falcone, che adesso lavora al fianco del Guardasigilli socialista Claudio Martelli, sta per imporre la rotazione delle sezioni specializzate in fatti di mafia: Corrado Carnevale, il giudice che allora tutti chiamavano “ammazzasentenze” verrà tagliato fuori. In provincia di Enna tra il novembre del 1991 e il febbraio del 1992, si tengono così una serie di vertici tra boss per cercare di recuperare terreno.

«Durante gli incontri», ha raccontato il pentito Filippo Malvagna, «Riina fece presente che la pressione dello Stato contro Cosa Nostra si era fatta più rilevante e che comunque vi erano segnali del fatto che tradizionali alleanze con pezzi dello Stato non funzionavano più». Per questo l’allora capo dei capi decise «fare la guerra per poi fare la pace». Di sparare sempre più in alto per poi aprire una trattativa da una posizione di forza. Come in Colombia.

Vengono messi in calendario gli omicidi dei politici che la mafia considera traditori. Quello di Lima, quello del grande elettore democristiano e uomo d’onore Ignazio Salvo, più una lunga serie di leader di partito che verranno invece risparmiati: Martelli, Salvo Andò, Calogero Mannino e molti altri. Si discute dell’attentato a Falcone.
Si parla della morte di personaggi dello spettacolo e della televisione come Maurizio Costanzo e Michele Santoro.

E intanto si ragiona di politica. Nel dicembre del ‘92, con due anni di anticipo rispetto alla creazione di Forza Italia, Leonardo Messina, ex braccio destro del boss della provincia di Caltanissetta, Piddu Madonia, racconta davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, che “Cosa Nostra ha deciso di farsi Stato”. Riina infatti in quelle riunioni annuncia pure la nascita “di un partito nuovo”, formato da massoni e da colletti bianchi, con l’obiettivo di arrivare “alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno della separazione dell’Italia in tre Stati”.

IL CORTEGGIAMENTO DI CRAXI

Muore così Falcone e 57 giorni dopo tocca a Paolo Borsellino. Cosa Nostra è alla disperata ricerca di nuovi referenti politici. Attraverso l’ex sindaco Vito Ciancimino sono state inoltrate allo Stato una serie di richieste (il famoso papello), ma quello spiraglio di trattativa non ha portato a niente di concreto.

E sta sfumando anche l’idea, coltivata almeno a partire dal 1987, di stringere un patto con Bettino Craxi. Il lungo corteggiamento avvenuto, secondo la sentenza che in primo grado ha condannato Marcello Dell’Utri, attraverso i vertici della Fininvest è rimasto senza risultati.
Certo, con il gruppo del biscione i legami - antichi - si sono consolidati. Ogni anno, come racconta il processo Dell’Utri, a Riina arrivano 200 milioni di lire in regalo. Soldi di cui parlano molti pentiti e di cui è stata persino trovata una traccia documentale.
Un appunto nel libro mastro del pizzo della famiglia mafiosa di San Lorenzo in cui è annotato “1990 Canale 5,5 milioni regalo” (il denaro secondo i collaboratori di giustizia veniva diviso da Riina tra i diversi clan ndr). Ma Craxi sta per essere messo fuori gioco dalle inchieste di Mani Pulite. Per la mafia continuare a puntare su di lui non ha più senso. Che fare?

L’unica speranza concreta è rappresentata dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i due giovanissimi boss di Brancaccio. Due ragazzi dalla faccia pulita che a Palermo controllano, attraverso prestanome, alcune delle più grandi imprese di costruzioni della città. A partire dai primi del ‘92 hanno cominciato ad andare spesso al Nord, o meglio a Roma e a Milano, dove hanno dei contatti importanti. Che parlino con Marcello Dell’Utri lo sostiene per primo davanti ai magistrati, già nel 1997, una loro testa di legno. L’ex funzionario della Dc, Tullio Cannella, e lo ribadisce adesso, con più chiarezza, il superpentito Gaspare Spatuzza.

Si tratta però di dichiarazioni de relato. L’unico fatto certo è invece che Dell’Utri, a partire dal giugno del 1992, ha assoldato una serie di consulenti (lo dimostrano le carte sequestrate a Publitalia) per spiegare ai manager della concessionaria di pubblicità e a quelli di Programma Italia del banchiere socio di Berlusconi, Ennio Doris, i segreti della politica.
Altrettanto incontestabili sono poi le continue telefonate e visite a Milano 2 di Gaetano Cinà, un uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), amico da una vita di Dell’Utri.

Così mentre Dell’Utri ragiona di politica e, nel timore che le indagini di Mani Pulite portino al governo le sinistre, insiste sul Cavaliere perché scenda direttamente in campo, la mafia in Sicilia continua ad attaccare lo Stato. Il 15 gennaio del ‘93 accade però un imprevisto: Totò Riina finisce in manette.

Suo cognato, Luchino Bagarella, raduna gli amici e dice: “Finché ci sarà un corleonese fuori si va avanti come prima”. La scelta è obbligata. Tra il popolo di Cosa Nostra c’è molta insofferenza. Adesso bisogna pure convincere lo Stato a chiudere i supercarceri di Pianosa e l’Asinara, appena riaperti, e a eliminare il 41 bis. Il problema è che con Mani Pulite che impazza mancano interlocutori affidabili.

IL “SEGNALATORE

Non è chiaro chi dia alla mafia l’idea di distruggere i monumenti con le bombe. Cioè di fare azioni eclatanti che però non colpiscono (in teoria) le persone, ma le cose.
Una delle piste battute dalla procura di Firenze negli anni ‘90, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, portava sempre alla Fininvest. Ma, in assenza di riscontri indiscutibili, tutto è stato archiviato.

Certi sono invece due fatti. A pretendere che le stragi avvenissero fuori dalla Sicilia è stato il grande protettore dei Graviano, il boss Bernardo Provenzano.
Mentre la riunione operativa che ha preceduto gli attentati è avvenuta il primo aprile del‘93, in un villino di Santa Flavia, vicino a Palermo, di proprietà di Giuseppe Vasile, un appassionato di cavalli, poi condannato per favoreggiamento dei Graviano. Vasile è un driver dilettante e corre in pista con Guglielmo Micciché, il fratello di Gianfranco, che sarà poi coordinatore di Forza Italia in Sicilia.

Figlio di un vecchio uomo d’onore di Brancaccio, Vasile mette dunque a disposizione la sua abitazione per l’incontro in cui Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro - il giovane boss di Trapani fattore della famiglia del futuro sottosegretario agli Interni, Antonio D’Alì - ragionano di bombe. Durante il summit si decide che a colpire siano i Graviano, Matteo Messina Denaro e i loro uomini. Tutti loro partono per il continente e per mesi non hanno più contatti con Bagarella.

Ma è a Palermo che avviene un fatto davvero strano. il 12 maggio, 48 ore prima dell’azione contro Costanzo, Vasile, con un amico titolare di una ricevitoria di totocalcio, entra nell’agenzia numero 27 del Banco di Sicilia, diretta da Guglielmo Micciché. I due chiedono a Micciché di cambiare 25 milioni in contanti in assegni circolari. L’operazione viene eseguita immediatamente.
Gli assegni verranno poi utilizzati per tentare di affittare una villa in Versilia dove ospitare, presentandoli sotto falso nome, sia i fratelli Graviano che Matteo Messina Denaro.

Una vacanza che proseguirà almeno fino a luglio, mentre l’Italia viene messa a ferro e fuoco.
Poi i Graviano partono di nuovo. Si dirigono a Porto Rotondo, dove resteranno per tutto agosto, mentre a poche centinaia di metri, nel suo buen retiro di villa La Certosa, Berlusconi trascorre lunghi fine settimana mettendo a punto il suo nuovo partito.

Infine l’ultimo viaggio. La meta è Milano, dove i due fratelli verrano arrestati il 27 gennaio del ‘94. In quel periodo però si fa vedere in città anche l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano.
Il boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, e il Luchino Bagarella, lo hanno infatti incaricato di contattare il Cavaliere. Brusca, una volta pentito, racconta che a fine settembre né lui, né Bagarella, avevano più notizie dei Graviano.
Per questo Mangano viene convocato d’urgenza e gli viene chiesto di riallacciare i suoi antichi rapporti.

Il 2 novembre,come risulta dalle agende sequestrate alla segretaria di Dell’Utri, l’ex fattore chiama il futuro senatore azzurro in quel momento impegnato negli ultimi preparativi di Forza Italia.
Poi lo cerca di nuovo e spiega per telefono che tornerà a fine mese. Sulle agende si legge: «Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale» e ancora: «Mangano verso 30-11 5 giorni prima convoca con precisione».

L’incontro, come conferma Dell’Utri, avviene per davvero: “Di tanto in tanto”, dice il senatore, “Mangano mi veniva a trovare. Mi parlava della sua salute”.
Non è chiaro invece, ma è altamente probabile, se a Milano il boss incontri anche i Graviano.
Di sicuro in quei mesi tra la famiglia di Porta Nuova, capeggiata da Mangano, e quella di Brancaccio viene inaugurata una sorta di alleanza.

Spatuzza ricorda che i Graviano gli chiesero di andare a Porta Nuova per risolvere un problema di ordine pubblico mafioso: punire dei ladri che si muovevano fuori dagli ordini del clan. Lui rimase sorpreso. Ma poi, quando nel gennaio del ‘94, Giuseppe Graviano gli disse di aver stretto un patto con Berlusconi e Dell’Utri, cominciò a capire.

[Peter Gomez , Il Fatto Quotidiano del 29 novembre 2009]

L'avvertimento


Silvio Berlusconi vuole ad ogni costo leggi, non importa se incostituzionali, che fermino i magistrati. Non solo e non tanto quelli di Milano, ma soprattutto quelli di Palermo, Firenze e Caltanissetta che stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi del ’92-’93. Sa che un’iscrizione nel registro degli indagati potrebbe essere vicina, dopo le recenti accuse di Massimo Ciancimino e del collaboratore Gaspare Spatuzza, confluite nel processo d’appello di Palermo a carico di Marcello Dell’Utri. E Gianfranco Fini deve accettare che i pm e giudici siano mbrigliati in ogni modo, altrimenti è fuori dal Pdl, anche se l’ha fondato insieme a lui.

Il presidente del Consiglio è arrivato ieri a palazzo Grazioli per un supervertice senza far fiatare i suoi ha sparato immediatamente contro la magistratura, accusandola di fatto di eversione. Ha detto che c’è una persecuzione nei suoi confronti che porta sull’orlo della guerra civile. Di fronte a queste parole ci sarebbe stato il plauso del ministro Angelino Alfano e dell’avvocato-parlamentare Niccolò Ghedini. Poco dopo l’ufficio stampa del Pdl ha smentito che Berlusconi abbia parlato di guerra civile, nonostante l’affermazione fosse stata riportata anche da diverse agenzie di stampa.

A Il Fatto risulta che dopo i primi lanci della notizia dal Quirinale sarebbe partita una sollecitazione perché palazzo Chigi smorzasse i toni. Da qui la smentita, ma dentro palazzo Grazioli quelle parole sono state sentite chiaramente e riferite. Berlusconi,nelle due ore di summit,ha proseguito con la sua invettiva dicendo che da parte di certi magistrati c’è in atto il tentativo di buttare giù il governo e la maggioranza eletta democraticamente dai cittadini e quindi in questo momento per fermarli intanto si deve approvare il cosiddetto processo breve. Il cavaliere ha parlato anche del caso Cosentino, definendo le accuse di collusione con la camorra mosse dalla Procura di Napoli paradossali. Si è speso in parole solidali anche nei confronti del presidente del Senato, Renato Schifani, tirato in ballo da Spatuzza. Poi Berlusconi ha ordinato una riforma della giustizia di tipo costituzionale che preveda anche quella che è una delle sue ossessioni: la separazione delle carriere.

Non poteva mancare l’attacco ad alcune trasmissioni della Rai che a suo dire processano sempre governo e maggioranza. Una situazione, ha detto Berlusconi, che deve finire. Nessuna citazione specifica, ma si sa che nel mirino del premier ci sono Annozero e le trasmissioni di RaiTre dell’appena defenestrato direttore Paolo Ruffini. Riferimenti tanto chiari da smuovere la reazione del presidente di viale Mazzini, Garimberti, che ha rivendicato il pluralismo della tv di Stato. E comunque i diktat di Berlusconi ai suoi hanno avuto risultati immediati.

All’uscita da palazzo Grazioli La Russa ha detto che la maggioranza riproporrà il lodo Alfano, questa volta con legge costituzionale (anche perché non potrebbe fare altrimenti dopo la bocciatura della Consulta ) e sosterrà compatto il ddl “processi brevi”. Per la Lega in arrivo il “no” al voto per chi non è italiano.
L’ufficio di presidenza è durato due ore, più che una riunione è stata un monologo di Berlusconi. La prova generale del discorso che il premier vuole fare agli italiani sulla giustizia, probabilmente in televisione, a reti unificate. Magari dopo il 4 dicembre, il giorno in cui Spatuzza dovrà testimoniare al processo Dell’Utri, in trasferta a Torino per motivi di sicurezza.

[Antonella Mascali e Sara Nicoli , Il Fatto Quotidiano del 27 novembre 2009]

Ci prendono per scemi?


Così avremo il processo breve per gli incensurati; per gli altri, quelli già condannati, mettiamoci pure tutto il tempo che ci vuole. Entro 6 anni per l’incensurato deve arrivare la sentenza definitiva: colpevole o innocente; se non arriva, chissà quale sarà la formula? Prescrizione, fuori tempo massimo, squalificato (il giudice…).
Come al solito, pur di cavare Berlusconi dai guai, un sacco di delinquenti resteranno impuniti, le parti offese saranno fregate alla grande e la povera gente resterà a marcire in galera.

Fino ad ora i processi che si facevano per primi erano quelli con detenuti. Sei dentro? Ti processo subito. Perché magari sei innocente, anzi sei senz’altro innocente fino alla sentenza definitiva di condanna; e allora non devi stare in prigione un minuto di più di quanto strettamente necessario; alla sentenza definitiva ci dobbiamo arrivare nel minor tempo possibile. Anche perché ci sono i termini massimi di carcerazione preventiva; e se non mi sbrigo a farti il processo, finisce che esci per decorrenza termine e poi tutti si indignano per i giudici fannulloni che scarcerano i mafiosi.

Adesso, però, i processi che si debbono fare per primi sono quelli per gli incensurati: perché più di 6 anni non potranno durare e se non mi sbrigo non li finisco in tempo. Solo che gli incensurati, in genere, non stanno in galera in attesa del processo; sono, come si dice, a piede libero; proprio perché sono incensurati. E tuttavia prima si processeranno gli incensurati perché poi non si può più; e dopo i detenuti, che c’è tempo. Intanto se ne stanno in galera, magari da innocenti. E se si tratta di mafiosi che escono per decorrenza termini, pazienza.

Se poi scomodiamo un po’ di dialetto, viene da dire guagliò, accà nisciuno è fesso. Perché, in 6 anni, per una guida senza patente, uno scippo, un oltraggio al vigile urbano un processo lo si fa di sicuro. I problemi cominciano quando si tratta di processare un incensurato (ma guarda che combinazione, Berlusconi, con le sue sei prescrizioni, è incensurato) per falso in bilancio o frode fiscale. Perché, se cominciamo con le rogatorie alle isole Cayman e i sequestri di documenti in qualche caveau dell’Ossezia, in sei anni arriviamo sì e no al primo grado.

Ultima chicca: con questo sistema, Berlusconi & C. sempre incensurati saranno perché un processo per i reati che commettono loro non si riuscirà a fare mai. E così sempre al processo breve avranno diritto; in un circolo infinito. Ma proprio per scemi ci prendono?

[Bruno Tinti , Il Fatto Quotidiano n°43 del 11 novembre 2009]

Influenza H1N1, tutti i dubbi sul vaccino


Test affrettati, buio su effetti collaterali e costi top secret.
Il governo: influenza A 10 volte più leggera della stagionale.

di Emanuele Perugini

“Il virus dell'influenza A è dieci volte meno aggressivo dell'influenza stagionale». Parola di Ferruccio Fazio, vice ministro alla salute che ieri a Roma ha voluto rassicurare ancora una volta gli italiani sul rischio legato alla diffusione del virus della influenza pandemica, l’H1N1. Un rischio blando che Fazio ha voluto ribadire. Eppure, nell’altalena tra rassicurazioni e input al panico, gli italiani continuano ad avere paura del virus ed è scattata ovunque la corsa al vaccino. «Secondo me e secondo l’opinione di molti altri ricercatori - tra cui anche quella di Luc Montagner, un’autorità in materia di virus - tutta questa ansia nei confronti del vaccino contro l’influenza pandemica è assolutamente ingiustificata» spiega Giovanni Maga, direttore del laboratorio di virologia molecolare dell'Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia. Ma ormai il gioco è fatto: in Italia sono state comprate 21 milioni di dosi per vaccinare il 40% della popolazione. Senza però poter conoscere quanto si è speso, perché, secondo l’interrogazione avanzata da Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale, il governo ha secretato i dettagli del contratto con Novartis.

Ne vale davvero la pena?

Come in tutti i casi in cui si parla di farmaci distribuiti su un gran numero di persone, occorre infatti effettuare una valutazione seria tra i rischi che si possono incontrare e i benefici che ci si attende di ottenere. In questo caso - spiega Maga - i rischi devono essere ancora valutati del tutto mentre i benefici sembrano non essere così tanto consistenti. Per far fronte alla emergenza pandemica le case farmaceutiche e anche le autorità sanitarie internazionali infatti hanno fatto una corsa contro il tempo. Sono state velocizzate le procedure e gli standard di valutazione. In Europa l’Emea - l’agenzia del farmaco, ha autorizzato 3 vaccini (diversi da quelli a cui è stato dato il via libera negli Usa). “I test per verificare sia l’efficacia che la sicurezza di questi prodotti - dice ancora Maga - sono stati effettuati su campioni ancora troppo limitati di persone per cui non si possono ancora conoscere nel dettaglio tutti i rischi legati ad una distribuzione su larga scala. Le autorità sanitarie lo sanno ed è per questo che è attivo a livello internazionale un servizio coordinato
dall’Organizzazione Mondiale della sanità che ha il compito di monitorare la situazione e, nel caso, di correggere il tiro”.

Per esempio proprio ieri questo Gruppo di esperti per la consulenza strategica per le immunizzazioni ha spiegato che i vaccini sono sicuri e che non servono due dosi per essere al riparo dal virus. Ne basta una. È già un'importante correzione di rotta, rispetto ai dati precedenti che invece indicavano due diverse somministrazioni.

Anche le singole autorità nazionali stanno monitorando l’evoluzione della situazione. Sempre ieri per esempio quella elvetica sui farmaci Swissmedic ha bloccato la somministrazione del vaccino prodotto dalla GlaxoSmithKein, il Pandemrix nelle donne in stato di gravidanza, nei minori di 18 anni e negli adulti over 60. L'incertezza è dovuta all'additivo AS03. “I dati attuali in nostro possesso riguardano esclusivamente gli adulti, non abbiamo alcun dato per le donne incinte e quelli per i bambini sono insufficienti”, spiega la Swissmedic.

"Purtroppo è così, non ci sono dati sufficienti - conferma Maga -. Gli altri due vaccini autorizzati in Europa, quello della Novartis e quello della Baxter contengono adiuvanti che sono stati già utilizzati nella fabbricazione dei vaccini contro le influenza stagionale e se ne conoscono tutti i rischi e i vantaggi. L’adiuvante scelto da GlaxoSmithKlein invece è stato usato solo in vaccini sperimentali contro l’aviaria per cui non è stato testato adeguatamente”.

Alla fine cosa fare? «Personalmente - dice il virologo - non credo che mi vaccinerò contro l’influenza A. Non rientro nelle categorie a rischio e non sono tra quelli che si vaccinano ogni anno contro l’influenza. Però ci sono persone, e sono quelle che fanno parte delle categorie a rischio, che devono essere protette. Per tutti gli altri invece è bene valutare attentamente».

[Emanuele Perugini, Il Fatto Quotidiano n°34 del 31 ottobre 2009]

Berlusconi: "Premier eletto dal popolo"


Un premier eletto direttamente dal popolo. Anche se per farlo bisogna modificare la Costituzione. Silvio Berlusconi rilancia la sua idea di un capo del governo con un'investitura diretta da parte dei cittadini. "Sarà il Parlamento nei prossimi mesi - spiega il premier - a definire quale sia il modello più adatto alla realtà italiana. Ciò che conta è che il titolare del potere esecutivo venga scelto direttamente dal popolo. E con lui la forma di governo. Di fatto, è quello che già succede nella costituzione materiale. E' ora che la costituzione formale sia aggiornata e messa al passo con la realtà del paese".

Tanto sapevamo già che qua voleva arrivare!!!!!

[repubblica.it, 4 novembre 2009]

Così uccide la camorra


Un omicidio al Rione Sanità. Il killer che arriva, l'ultima sigaretta della vittima, il padre che scappa con la bimba. L'intervento di Roberto Saviano.
Il video testimonia l'omicidio di Mariano Bacioterracino a Napoli, nel quartiere Sanità, l'11 maggio scorso. Le immagini sono state diffuse dalla procura sperando che aiutino a identificare i sicari.

E' scioccante!!!!

[repubblica.it, 29 ottobre 2009]

Tu quoque Deutsche


Sembra uno scherzo, invece è una pubblicità. La pubblicità di Deutsche Bank. É comparsa su alcuni quotidiani. Dice così: “Scudo Fiscale. Solidità, affidabilità, riservatezza sono alla base di ogni operazione finanziaria”.

La banca tedesca ci tiene a ispirare fiducia. Sceglie un cielo azzurro come sfondo e in primo piano un ponte, grande e bianco, che unisce due sponde: immaginiamo quella dei soldi prima e dopo il lavaggio dello scudo fiscale.
Il testo dell’annuncio va all’essenziale: “Deutsche Bank è una realtà solida, affidabile e riservata, con esperienza internazionale nelle operazioni finanziarie”. La parola chiave è “riservata”. Il messaggio è asciutto. Niente moralismi. Salvo che la morale, ieri sul “Corriere della Sera”, ce l’ha messa il caso: la pubblicità compariva nella pagina retta da questo bel titolo a nove colonne: “Fondi neri per ventidue milioni. Arrestati imprenditore e assessore”. Si parlava dell’industriale Giuseppe Grossi e di altri cattivi riciclatori. Quelli senza ponte.

[Pino Corrias, voglioscendere.it, 22 ottobre 2009]

"Mio marito Paolo ucciso dalla ragion di Stato"


Stragi e tattica: parla Agnese Borsellino. Dopo l’appello ad Annozero, la vedova del magistrato s’interroga sulle verità taciute. L’ex ministro Mancino insiste: “Non ho mai parlato con il giudice. Perché Martelli non mi disse nulla?”

Agnese Borsellino, vedova di Paolo, oggi assomiglia ad un’isola privata del suo mare che non ha perduto la speranza che le onde tornino a bagnarla. Parla di “Verità nascoste”, la puntata di Annozero. Delinea con la sua consueta signorilità il ritratto di chi ha perduto definitivamente la memoria e di chi la memoria la sta riconquistando pian piano. “Santoro e Ruotolo hanno fatto quello che i magistrati non sono riusciti a fare per 17 anni - dice - sulla bilancia sono stati messi i fatti e la bilancia ha smesso di pendere. Fatti che raccontano una storia molto pericolosa ancora da scrivere che sono stati affrontati con grande rigore etico. Credo che ora ognuno di noi abbia maggiori strumenti per accrescere la propria coscienza civica. Giovedì, a dimostrazione di quanto bisogno vi sia di un’informazione libera capace di spezzare la catena che protegge il muro di silenzio, sono saltati alcuni anelli”.


Per questo Liofredi, direttore di Raidue, voleva che quelle “Verità” restassero “nascoste”?

Ne sono rimasta colpita ma non meravigliata. Tuttavia preferisco non fare commenti e lasciare a chi legge e ascolta di trarre le considerazioni che vanno tratte.


Alcune memorie continuano a ad essere fuori uso. Altre, lentamente, iniziano a funzionare. Perché?

Perché i tempi sono cambiati. Forse ci si sente meno soli, nel senso di isolati, anche grazie al ruolo dell’informazione, almeno di una certa informazione onesta. Le parole smuovono le coscienze, agitano gli animi. Oggi la magistratura indaga in quella direzione. C’è una coscienza collettiva che sta prendendo consapevolezza e ricordare diventa più facile . Talvolta in questo Paese gli uomini tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi. Le loro coscienze sono troppo, troppo pesanti. E per volare nel cielo limpido della legalità bisogna essere leggeri dentro. Provo una certa tenerezza, sa, per loro. Mi appaiono bambini che balbettano parole appena imparate e muovono incerti i primi passi. Solo che, a differenza dei bambini, hanno perduto il piacere della scoperta, la freschezza della curiosità, il gusto di vivere in un Paese pulito”.


Si è mai trovata faccia a faccia con qualche “smemorato”?

Sì. E’ accaduto. Hanno farfugliato qualche parola di giustificazione non richiesta che ho lasciato cadere. A cosa serve dire loro ciò che già sanno? Il coraggio della verità, se lo si vuole, lo si può conquistare nel tempo, ma non lo si può inventare lì per lì.


C’è da dire che all’ombra degli eroi antimafia sono fiorite brillanti carriere.


Non voglio sentir parlare di mafia e antimafia. Chiacchiere da tempo perso. Tutte vittime, tutti eroi, come se fossimo accomunati dalla stessa storia. Non è così. Io non mi sento una vittima della mafia, non sono una vedova di mafia ma piuttosto una vedova di guerra. Sono una donna che ha perduto suo marito in guerra. Dunque, se mio marito è un eroe, è un eroe di guerra, perché quella che si è consumata è una guerra tra Antistato e Stato in cui ha vinto la ragion di Stato e…


E ?

E ragioni, interessi diversi. Mio marito ha continuato a lavorare di fronte ad una morte annunciata che lo rincorreva come una persona colpita dal cancro che sa di avere ancora poco tempo a disposizione. La morte non l’ha sorpreso eppure non è fuggito. Ricordo bene quando disse in tv che il tritolo per lui era già arrivato.


Diversamente da Di Pietro, avvisato e mandato all’estero, a suo marito nessuno disse nulla.


Lui lo aveva appreso dalle indagini che stava conducendo. Ripeto: lo disse in tv. Ma non accadde nulla. Ha combattuto con il valore della sola arma che possedeva: il senso dello Stato, di cui si sentiva un umile servitore. Un soldato che in quel momento si stava sacrificando sopra ogni forza per restituire giustizia alla morte del suo compagno di battaglia, Giovanni Falcone. Ne è seguito un attacco preventivo. Ucciderlo voleva dire eliminare un ostacolo che impediva il raggiungimento del fine.


Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?


No. Non è finita. Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità. Come può esserci pace in un Paese popolato ancora da ricattatori e ricattati? La mia fiducia è tutta dentro quel viso pulito, fiero di Cecilia, la ragazza di 14 anni intervenuta ad Annozero.Sapere che la morte di Paolo ha un senso anche per chi non era ancora nato è una gioia immensa che spero possa provare presto anche chi ancora tace.


“Vi chiedo in ginocchio di parlare” ha scritto nella lettera inviata ad Annozero.
Un appello disperato.

Vi prego di non dimenticare che non si è mai lontani abbastanza dalla verità per poterla trovare. Vuol dire che non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere: è giunto il tempo della verità.


Come riesce a gestire quel conflitto tra emotività e ragione?

Con l’aiuto della fede, la sola capace di quietare il dolore, facendo prevalere la logica per non smarrire la lucidità dell’analisi. Paolo non mi ha mai detto nulla e non ha lasciato documenti in casa volutamente per evitare di metterci in pericolo. Ma Paolo era mio marito, lo conoscevo bene, ci conoscevamo bene. Sapevo interpretare i suoi silenzi, i suoi umori, cogliere quella sua irrefrenabile voglia di vivere con una sola preoccupazione : fare la differenza. Lo ripeteva spesso, i miei figli sono intrisi delle sue parole: non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Ho rimesso assieme frammenti di ricordi: parole ascoltate da una telefonata, sguardi rubati tra porte socchiuse, silenzi improvvisi e immotivati, gioie spezzate dall’angoscia”.
L’eredità di Paolo Borsellino è una scuola di pazienza, come lo è il mare che insegna a mostrare mani che si sporcano su cui puoi contare, gesti che dicono da che parte sta il tuo cuore, respiri che regalano la sapienza del riconoscere l’anima di chi si incontra al di là delle vesti che indossa e le maschere che calza per essere altro da sé o per paura di non sapere volare.

[ Sandra Amurri, Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009]

La legge è uguale anche per lui


Dopo due giorni di discussioni, minacce e pressioni, la Corte Costituzionale ha detto chiaro e tondo (si spera, vedremo la motivazione) che la legge è uguale per tutti. Sarebbe bastato un minuto per ribadire l'articolo 3 della Costituzione, ma siamo in Italia e dunque ci son volute 48 ore. C'era qualche giudice costituzionale (6 su 15, si dice) che la pensava diversamente. Per fortuna è rimasto in minoranza. Berlusconi ritorna al suo status naturale, quello di imputato. E forse il presidente Napolitano rifletterà su quella firma in calce a una legge incostituzionale, una delle tante. E' bello avere un giornale libero per poterlo scrivere. E' bello sapere che abbiamo almeno un'istituzione di garanzia che non si è ancora venduta all'Utilizzatore finale.

[Marco Travaglio, l'Antefatto, 08 ottobre 2009]

Scudo Fiscale: appello al Presidente della Repubblica


Signor Presidente,

il Senato ha approvato l’emendamento Fleres alla legge che ha istituito lo scudo fiscale. Se anche la Camera lo approvasse, Lei resterebbe l’ultima difesa.

Signor Presidente, con questo emendamento una legge già odiosa diventerà uno strumento di illegalità. I beneficiati dallo scudo non potranno essere perseguiti per reati tributari e di falso in bilancio, il mezzo con cui sono stati prodotti i capitali che lo Stato “liceizza”; e intermediari e professionisti che ne cureranno il rientro non saranno tenuti a rispettare l'obbligo di segnalazione per l'antiriciclaggio; insomma omertà, complicità, favoreggiamento.

[l'Antefatto, 26 settembre 2009]

Primo numero de Il Fatto Quotidiano


Cari amici, come molti di voi sanno, alle 8 di questa mattina Il Fatto Quotidiano era già esaurito in tutte le edicole. Nonostante la giusta delusione dei tanti che non hanno potuto comprare il giornale, si tratta di una buona notizia. Stiamo monitorando le centinaia di messaggi che stanno arrivando nel blog e stiamo prendendo i necessari provvedimenti per far fronte alle vostre richieste.

In via del tutto eccezionale, e solo per oggi, mettiamo online il giornale in versione pdf, in modo che tutti coloro che non l’hanno trovato in edicola possano scaricarlo.

Domani raddoppiamo la tiratura, e mandiamo in edicola 200mila copie. Insieme al secondo numero, troverete anche una tiratura limitata del giornale di oggi, ma solo in alcune edicole. Su prenotazione all’edicolante potrete prenotare il primo numero anche nei giorni successivi. Ci scusiamo con i nostri abbonati alla versione online per i disguidi dovuti all'afflusso contemporaneo di migliaia di utenti. Risponderemo a tutte le segnalazioni relative all'abbonamento postale.

Ultima notizia: è in corso in queste ore la distribuzione straordinaria nelle edicole di Milano città. Abbiamo provato a fare lo stesso a Roma, ma purtroppo non è stato possibile. Insomma, non vi lasciamo soli. Vi chiediamo solo di avere un po' di pazienza in queste ore frenetiche.

Grazie per la fiducia che continuate a rinnovarci.

La direzione

[l'AnteFatto, 23 settembre 2009]

Scudo fiscale, sì del Senato


ROMA - "Nessun commento. Quando mi sarà trasmesso il testo da promulgare, approvato dal Parlamento, valuterò le eventuali novità". Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in merito all'approvazione della norma sullo scudo fiscale contenuta nel decreto correttivo alle misure anti-crisi. Il provvedimento è passato al Senato questa mattina. Ora dovrà essere approvato dalla Camera.

Numerose le polemiche sull'estensione della copertura dello scudo anche per i capitali i cui titolari sono accusati di falso in bilancio. Il Pd, dopo aver richiesto la presenza in aula dei ministri Alfano e Tremonti, non ha partecipato alle operazioni di voto. A favore si sono espressi Pdl e Lega. Contro hanno votato Udc ed Idv con l'eccezione di Luigi Li Gotti che in dissenso dal gruppo dipietrista non ha partecipato alla votazione.


Il Pd lascia l'aula. Dopo aver richiesto la presenza dei ministri Alfano e Tremonti per rispondere alle critiche dell'opposizione, il gruppo parlamentare del Pd ha lasciato l'aula. Per il senatore D'Ambrosio le nuove misure che ampliano lo scudo fiscale sono "un'amnistia e violano la nostra Costituzione". In particolare, D'Ambrosio ha puntato il dito contro le norme che ampliano alle imprese estere controllate o collegate la sanatoria, avallando "trucchi vecchi come il mondo". Inoltre, il senatore del Pd ha evidenziato come trattandosi di un'amnistia la norma dovrebbe essere approvata "dai due terzi del Parlamento e non con una legge ordinaria".


Anna Finocchiaro, capogruppo dei democratici a Palazzo Madama, ha commentato: "Era più onesto il cartello di Medellin. In violazione di tutte le norme, si fanno rientrare capitali sulla cui costituzione nessuno indagherà mai e a si garantisce l'anonimato, in spregio a qualsiasi norma di civiltà giuridica".

Protesta Idv. 'Mafiosi e evasori ringraziano', 'Governo anti-italiano'. L'Italia dei Valori ha protestato in aula esponendo cartelli con slogan contro la norma. Per il presidente dei senatori dell'Italia dei Valori, Felice Belisario, "il governo consegna il nostro Paese ai poteri forti, alle bande malavitose e anche ai terroristi oltraggiando lo stato di diritto. L'Italia è diventata un paese dove violare la legge è la regola"


Non accolte le richieste dell'opposizione. Nessuna delle questioni poste dalle opposizioni sul decreto correttivo, dalla richiesta di trasferirlo in Commissione Giustizia, o la presenza dei ministri dell'Economia e della Giustizia in Aula, è stata considerata accoglibile dal presidente di turno dell'Assemblea del Senato, Vannino Chiti. "C'è una distinzione fra questioni di merito politico e questioni relative a regolamento e procedure. Da quest'ultimo punto di vista - ha spiegato Chiti - il parere della Commissione Giustizia non è consentito dal Regolamento. Il voto dei due terzi del Senato rispetto a una presunta norma di indulto non è consentito poichè questo emendamento non si qualifica come indulto. E i precedenti condoni - ha ricordato Chiti - non hanno visto procedersi con maggioranze come quelle richiamate".

Quanto alla presenza in Aula di Tremonti e Alfano, per Chiti si tratta di questioni politiche. "Il governo - ha però spiegato Chiti - è qui rappresentato dal ministro Vita e ha fatto conoscere il suo parere. I governi - ha puntualizzato - quando si esprimono lo fanno nella loro collegialità. La presidenza - ha concluso Chiti - non può accedere per questi motivi alle richieste delle opposizioni"

[Republica, 23 settembre 2009]

SMEMORATI DI SINISTRA di Daniele Luttazzi


Nel marzo 2001 conducevo con successo (7 milioni e mezzo di spettatori) un mio talk-show satirico notturno su Rai2 intitolato Satyricon. In una puntata intervistai un giornalista allora sconosciuto che aveva pubblicato da un mese un libro di cui nessuno parlava. Il libro s'intitolava L'odore dei soldi e riguardava le origini misteriose dell'impero economico di Berlusconi. Parlammo dei fatti emersi nel processo a Marcello Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi, fondatore di Forza Italia (il partito di Berlusconi) ed ex-capo di Publitalia (la concessionaria di pubblicità di Berlusconi).
Berlusconi fece causa per diffamazione a me, a Travaglio, alla Rai e al direttore di Rai2 Carlo Freccero che con coraggio aveva mandato in onda l'intervista. Da me Berlusconi voleva 20 miliardi di lire. Quattro anni dopo quell'intervista, Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2005 ho vinto la causa e Berlusconi è stato condannato a pagare 100mila euro di spese legali. Insieme con Berlusconi, mi fecero causa anche Mediaset (5 miliardi di lire), Fininvest (5 miliardi di lire) e Forza Italia (11 miliardi di lire). Ho vinto tutti i processi. Quell'intervista non diffamava nessuno. Informava in modo corretto.
Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, durante una visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato «editto bulgaro»: disse alla stampa che Enzo Biagi, Michele Santoro e «quell'altro» avevamo fatto un «uso criminoso» della tv di Stato, pertanto lui si augurava che questo non si ripetesse. Sentire adesso Franceschini che, dopo i recenti attacchi di Berlusconi alla stampa, dice «Non vorrei che si passasse ad attaccare i singoli giornalisti» mi fa quasi tenerezza. Qualcuno avverta Franceschini che è tutto già successo.
Biagi, Santoro e io venimmo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero «autonomamente» di non riconfermare i nostri programmi tv. Giustificarono la cosa come «scelta editoriale». Il problema è politico.
La satira dà fastidio perché esprime un giudizio sui fatti, addossando responsabilità. Colpisce Berlusconi ma anche la religione organizzata e l'opposizione inesistente del Pd.
La libertà della satira in tv è libertà della democrazia. Neppure Rai3, i cui dirigenti sono di sinistra, mi ha mai chiesto di tornare in tv, in questi anni.
Il potere, in Italia, è suddiviso fra clan di destra e di sinistra. Scandali recenti hanno mostrato come questi clan si mettono spesso d'accordo sulla gestione della cosa pubblica, a livello locale e a livello nazionale. Lo stesso tipo di accordo precede le nomine dei dirigenti Rai. Il risultato è che la democrazia sostanziale è corrotta. La Rai attuale è piena di dirigenti che vengono da Mediaset, vere quinte colonne. Un anno fa, le intercettazioni telefoniche hanno mostrato come questi dirigenti si fossero accordati con quelli di Mediaset per una programmazione che favorisse Berlusconi in occasione dei funerali di Woytila e delle concomitanti elezioni. Berlusconi nel frattempo ha fatto una legge che proibisce la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche! Se questa legge fosse stata fatta dieci anni fa, nessuno conoscerebbe gli scandali politici, economici e sportivi più gravi della storia italiana recente.
Nel ventennio fascista l'unica agenzia di stampa era quella del regime, l'Agenzia Stefani: i giornali si attenevano a quello che scriveva l'Agenzia Stefani. I giornali liberi venivano chiusi e gli oppositori al regime perdevano il posto di lavoro, erano mandati al confino o peggio. Oggi non uccidono fisicamente gli oppositori, ma ti mandano al «confino mediatico»: ti tolgono gli spazi di espressione che avevi e che ti eri conquistato col tuo lavoro. Un esempio recente: a Berlusconi non piacciono Mieli e Anselmi? Mieli e Anselmi perdono il posto e nessuno fiata. Questa è la minaccia sempre presente.
Tutto origina dall'enorme conflitto di interessi di Berlusconi. È un capo di governo che ha aziende tv, imprese mediatiche, di assicurazione, di distribuzione pubblicitaria e cinematografica. Questo inquina la libertà del mercato. Un'inchiesta recente ha dimostrato che, da quando è al governo Berlusconi, molte aziende hanno tolto pubblicità dalle reti Rai per spostarle su quelle Mediaset.
Berlusconi inoltre controlla la politica economica e i servizi segreti. La sua influenza si estende su OGNI settore della vita italiana. È un potere di ricatto enorme. Uno dei pochi giornali di opposizione vera, questo che state leggendo, stenta a sopravvivere perché le aziende italiane non comprano spazi pubblicitari. Ecco un altro tipo di strozzatura. Non stupisce allora che i passi della quasi totalità della stampa e della tv italiana siano felpati. Il caso recente Lario/Noemi/D'Addario ha dimostrato una volta per tutte l'esistenza di una sorta di Agenzia Stefani contemporanea, prontissima a ubbidire alle esigenze del Capo e a massacrare la vittima di turno. Fra giornalisti e testate, la lista dell'inquinamento berlusconiano è lunga.
L'Italia è un Paese in cui vige un «fascismo light» che non mi piace per niente.
L'Italia è un incubo da cui mi auguro gli italiani si sveglino presto.
L'Italia è il Paese che amo.

[Daniele Luttazzi, il Manifesto, 17 settembre 2009]

Red carpet sui cadaveri


Il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto negli ultimi 150 anni va ripetendo in giro che la consegna di 47 chalet a 200 dei trentamila sfollati per il terremoto d’Abruzzo dopo appena 162 giorni rappresenta “il cantiere più grande del mondo”, nonché l’opera di ricostruzione più rapida e imponente della storia dell’umanità. Anche meglio della muraglia cinese e della piramide di Cheope. Non parliamo poi della bonifica delle paludi pontine e della battaglia del grano, che gli fanno un baffo.

A tenergli bordone c’è l’eccellentissimo Guido Bertolaso, il gran ciambellano della Protezione Civile nonché “uomo della Provvidenza” che tutto il mondo ci invidia perché senza di lui non sapremmo proprio come fare: anche lui si loda e si imbroda a proposito della ricostruzione più rapida e imponente eccetera. La stampa al seguito registra e rilancia. Peccato che non sia più in vita Indro Montanelli, che dopo il terribile sisma del 1980 in Campania e Basilicata, raccolse tra i lettori del suo Giornale (quello vero, non la tetra parodia oggi in edicola) un bel po’ di quattrini e consegnò ai terremotati di Castelnuovo di Conza un intero villaggio di nuove case, il “Villaggio Il Giornale”, inaugurato insieme all’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini 170 giorni dopo il sisma. Cioè soli 8 giorni dopo l’attuale ricostruzione più imponente e più rapida eccetera.
 
Ma ci fu anche chi arrivò molto prima: lo staff di Giuseppe Zamberletti, democristiano lombardo concreto ed efficiente, che senza essere sottosegretario a nulla, ma in veste di commissario straordinario di governo, mise a frutto l’esperienza maturata nel 1976 in Friuli e riuscì a consegnare 150 chalet (identici ai 45 inaugurati ieri dal premier, anche se a pagarli è stata la provincia autonoma di Trento, governata da Lorenzo Dellai, centrosinistra) alla popolazione di Ariano Irpino, che aveva appena pianto 300 morti, riuscendo a seppellirli solo tre settimane dopo. Quando avvenne la consegna? Qualcuno, sentita la premiata ditta B&B, nel senso di Berlusconi & Bertolaso, dirà: sicuramente non prima di 170 giorni, altrimenti gli annunci del presidente del Consiglio e del capo della Protezione civile sarebbero nient’altro che balle. E i giornali che le registrano senza batter ciglio sarebbero nient’altro che uffici stampa. Bene, tenetevi forte: Zamberletti consegnò ad Ariano i primi prefabbricati appena 60 giorni dopo il terremoto e le 150 casette con giardino dopo soli 122 giorni, dando un tetto permanente a 450 persone: la metà dei superstiti. Cioè impiegò ben 40 giorni in meno della ricostruzione più imponente e rapida eccetera, per fare il triplo del migliore presidente del Consiglio degli ultimi 150 e del capo della Protezione civile che tutto il mondo ci invidia.

Con tre lievissime differenze, fra il 1980 e oggi. Primo: il terremoto in Campania e Lucania si estese per quasi due regioni intere, fece 3 mila morti (10 volte quelli d’Abruzzo), 9 mila feriti e 300 mila sfollati. Secondo: all’epoca la Protezione civile non esisteva: i soccorsi erano coordinati dalla radio della Rai, con le telefonate in diretta degli amministratori e dei cittadini. Terzo: scalcinata fin che si vuole, l’Italia era ancora una democrazia. E anche il politico più infame avrebbe esitato un po’, prima di pavoneggiarsi a favore di telecamera su un red carpet di cadaveri.

[Marco Travaglio, l'Antefatto, 15 settembre 2009]

Le Procure complottano? Magari


Mentre muore Mike Bongiorno, il padre della televisione italiana, il killer della televisione italiana annuncia alla Nazione alcune buone notizie.

La prima è che non siamo ancora tecnicamente una dittatura perché “un dittatore di solito prima attua la censura e poi chiude i giornali” e lui s’è fermato per ora al primo punto del programma: i giornali, bontà sua, non li ha ancora chiusi. Anzi, “in questi giorni in Italia si è dimostrato che c'è stata la libertà di mistificare, calunniare e diffamare”, come dimostra il Giornale. Che naturalmente non è suo, ma del fratello Paolo: lui ne è soltanto l’utilizzatore finale.

La seconda è che le Procure di Milano e di Palermo “cospirano contro di noi”. Ora, che in questo povero paese ci sia ancora qualcuno che cospira contro il padrone di tutto, mentre la cosiddetta opposizione se ne guarda bene, è una notizia che induce all’ottimismo. Ormai si disperava che potesse ancora accadere. Si spera soltanto che sia tutto vero. Certamente Silvio Berlusconi è persona informata sui fatti e, se lo dice lui, bisogna credergli. Lui sa, per esempio, che la Procura di Milano sta chiudendo non una cospirazione, ma un’indagine giudiziaria che lo vede indagato dall’aprile del 2007 per appropriazione indebita (con conseguente evasione fiscale) insieme al presidente Mediaset Fedele Confalonieri e ad altre sette persone. L’indagine, di cui lui e i suoi legali hanno ricevuto copia della richiesta di proroga nell’ottobre del 2007 e che è “scaduta” alla vigilia delle ferie, è uno stralcio del processo che vede imputati Berlusconi e altri dinanzi al Tribunale di Milano per le “creste” sugli acquisti di diritti televisivi e cinematografici in America da parte di una miriade di società offshore del gruppo Fininvest-Mediaset. In quel processo (congelato dal lodo Alfano in attesa che dal 6 ottobre la Consulta si pronunci sulla costituzionalità o meno del Salva-Silvio) il premier è imputato per appropriazioni indebite da 276 milioni di dollari, evasioni fiscali per 120 miliardi di lire fino al 1999 e relativi falsi in bilanciori. L’inchiesta-stralcio che sta per chiudersi, invece, riguarda l’accusa – come ha scritto Luigi Ferrarella sul Corriere il 25 giugno scorso - di avere “mascherato la formazione di ingenti fondi neri” dirottati dalle casse Fininvest-Mediaset su “conti esteri gestiti dai suoi fiduciari”. Il tutto attraverso la solita compravendita di diritti sui film, negoziati – secondo l’accusa – a prezzi gonfiati con operazioni fittizie tra agenti (fra i quali il produttore egizian-americano Frank Agrama e l’italiano Daniele Lorenzano) e società riconducibili a Berlusconi ma occultate ai bilanci consolidati del gruppo. Un replay della vicenda già approdata in Tribunale, solo che quella si riverbera sui bilanci del gruppo fino al 2001, mentre questa si spinge anche negli anni successivi per via dell’ammortamento pluriennale dei diritti tv. Qui il Cavaliere è indagato per appropriazione indebita a proposito di 100 milioni di euro nascosti in Svizzera e lì sequestrati dai giudici milanesi nell’ottobre del 2005: un tesoretto occulto intestato al produttore Agrama sui conti di una sua società con sede a Hong Kong, la Wiltshire Trading. Secondo l’accusa, quei soldi non sarebbero di Agrama, ma di Berlusconi del quale il produttore non sarebbe altro che un prestanome o un “socio occulto”. L’inchiesta-stralcio prende nome da Mediatrade, cioè dalla società berlusconiana che dal 1999 è subentrata alla maltese Ims per l’acquisto dei diritti tv, e riguarda una serie di conti esteri dai nomi variopinti (“Trattino”, “Teleologico”, “Litoraneo”, “Sorsio”, “Pache” e “Clock”). Il Cavaliere sa bene che, scaduti in estate i termini per indagare, la Procura sta per depositare alle difese “l’avviso di conclusione delle indagini e deposito degli atti”: una mossa che, in mancanza di una richiesta di archiviazione, prelude alla richieste di rinvio a giudizio che lo trasformeranno da indagato a imputato.

Poi c’è Palermo. Qui il presidente del Consiglio ha voluto essere più preciso: “E' una follia che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del '92, del '93, del '94”. In realtà non c’è niente di folle a indagare sulle stragi politico-mafiose che hanno insanguinato l’Italia fra il 1992 e il 1993. L’unica follia è che, a 17 anni dalle bombe di Palermo, Milano, Roma e Firenze, non se ne siano ancora smascherati e ingabbiati i mandanti occulti, nonché gli autori e gli ispiratori delle trattative fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.

Ora le indagini paiono a buon punto, grazie alle rivelazioni di persone molto informate sui fatti, come il mafioso pentito Gaspare Spatuzza (dinanzi alle procure di Caltanissetta, Firenze, Milano e Palermo) e il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo Ciancimino. L’altro giorno, su Libero, Gianluigi Nuzzi parlava di importanti acquisizioni da parte di Ilda Boccassini, che indaga sulla strage di via Palestro del 27 luglio 1993, e della possibile riapertura del filone investigativo che aveva portato all’iscrizione di Marcello Dell’Utri (ma anche di Silvio Berlusconi) per concorso in strage. Intanto, la prossima settimana, riparte per il rush finale davanti alla Corte d’appello di Palermo il processo di secondo grado a carico di Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa: la Corte dovrà decidere se ammettere nel fascicolo processuale la lettera che – secondo Ciancimino jr. - Provenzano inviò a Berlusconi tramite Vito Ciancimino e Dell’Utri nei primi mesi del 1994, in cui prometteva appoggi politici in cambio della disponibilità di una rete televisiva, e in caso contrario minacciava un “triste evento” (forse il sequestro o l’uccisione di Piersilvio Berlusconi). Una possibile prova regina del ruolo di cerniera fra Cosa Nostra e Berlusconi svolto per decenni da Dell’Utri, rimasta finora nei cassetti della Procura grazie alla “distrazione” dei suoi vecchi dirigenti, ora fortunatamente sostituiti da gente più sveglia.

Nulla di segreto: tutto noto e stranoto, almeno nelle segrete stanze (giornali e telegiornali non si occupano di certe quisquilie). Noto, soprattutto, al Cavaliere. Il quale ha deciso di giocare d’anticipo. Così quando gli atti di Mediatrade saranno depositati a Milano e quelli di Palermo saranno acquisiti al processo Dell’Utri, lui potrà dire: ve l’avevo detto che stavano cospirando. Quella di oggi è un’esternazione preventiva. A orologeria.

[Marco Travaglio, l'Antefatto, 8 settembre 2009]

Tutti negli ospedali di Silvio il sabato sera


Il 23 agosto 2009 Berlusconi l'Africano si è recato negli studi di Nessma TV, in Tunisia, per partecipare alla trasmissione Ness Nessma. Nessma TV è un canale commerciale, diffuso nei Paesi del Maghreb mediterraneo, di cui Mediaset ha il 25%. Accappatoio Selvaggio ha promesso "con una totale apertura di cuore" a tutti i nordafricani in ascolto: "la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli, e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità". E' più forte di lui. Dopo le ville ai terremotati d'Abruzzo, lavoro, casa, scuola, benessere e ospedali ai maghrebini...


Conduttore: “Dall’attrattiva che esercita l’Italia sui maghrebini, si può passare all’immigrazione, soprattutto a quella clandestina che purtroppo fa migliaia di morti”
Berlusconi: “La cosa più terribile sono le organizzazioni criminali, che sono moltissime. Ben Ali oggi mi ha detto di 300 organizzazioni scoperte dalla polizia del vostro Paese. Sono persone che approfittano della speranza degli altri, delle persone che sono nella miseria e che vogliono donare a se stessi e ai propri cari un futuro migliore. E allora si affidano a persone che con imbarcazioni non sicure si mettono in mare e questo porta a tragedie ad ogni istante. Occorre combattere tutto ciò.
È necessario incrementare le possibilità per la gente che vuole tentare nuove opportunità di vita e di lavoro, occorre aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia e negli altri Paesi europei. Questo è ciò che voglio sia fatto, non solo in Italia, ma in tutta Europa. E poi bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che ha lasciato l’Italia e che è emigrato in altri Paesi, soprattutto in quelli americani. E allora questo ci impone il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una apertura totale di cuore. E di donare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli, e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità e questa è la politica del mio governo"
Conduttrice: “Siete incredibile presidente, non posso trattenermi dall’applaudire”

Tutti negli ospedali di Silvio il sabato sera
Filmato originale integrale: www.nessma.tv

[Blog Grillo, 3 settembre 2009]