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Pensieri e Parole

Fini dichiara guerra al bavaglio


[Sara Nicoli, Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2010]

Scontro istituzionale con Schifani che si infuria. Ma rimanda il testo in Commissione

“Ho dei dubbi”. Tre parole per dire: il ddl intercettazioni, così com’è, non passa. A costo di fermarlo io. Gianfranco Fini, da Santa Margherita Ligure, dichiara guerra alla legge bavaglio, schiera le sue truppe per contrastare questo ddl al Senato e promette che alla Camera ci metterà del suo per fare in modo “che il Parlamento rifletta ancora su quel testo”. A meno che non venga modificato. E forse succederà così visto che poi, come anticipato due giorni fa dal Fatto, il testo tornerà in commissione per un ulteriore approfondimento. Ma intanto le parole di Fini hanno scatenato il finimondo. Il presidente del Senato le ha prese davvero male, anzi malissimo, un intervento a gamba tesa sui lavori della sua Camera che non è quella di Fini: “Non mi sono mai occupato – è la replica stizzita – di dare valutazioni politiche in merito ad argomenti all’esame dell’altro ramo del Parlamento”. Controreplica di Fini: “Non rinuncio al mio ruolo politico; sulle questioni relative alla legalità e all’Unità nazionale non ho intenzione di desistere”. Ultima parola per Schifani: “Voglio garantire un ruolo di terzietà”.

Lo scontro istituzionale è conclamato. E pare anche di quelli che si annunciano definitivi. Fini “dà giudizi politici e di merito – lo rampogna Schifani – su argomenti che stiamo esaminando noi”, un fatto intollerabile che convince ad uscire allo scoperto anche Sandro Bondi: “L’intervento di Fini non solo è inutile, ma anche dannoso”. Così, quella che doveva essere una battaglia parlamentare senza esclusione di colpi tra maggioranza e opposizione, con quest’ultima decisa ad andare fino in fondo pur di bloccare tutto, si è trasformata nell’ennesima puntata della lenta – ma inesorabile – dissoluzione della maggioranza intorno all’ennesima legge ad personam.

Al punto da far usare al presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, un’espressione di sincero compiacimento: “Siamo molto soddisfatti; Fini, poi, è d’accordo con me”. In effetti, l’affondo di Fini è arrivato mentre in aula al Senato si discuteva il testo. Il vicecapogruppo del Pd, Luigi Zanda, aveva chiesto a Schifani di rinviare il testo in commissione Giustizia perché “ci sono emendamenti importanti della maggioranza con novità consistenti”. Stessa richiesta di Idv e Udc. Le parole del presidente della Camera hanno portato scompiglio tra i banchi della maggioranza a Palazzo Madama. Seccato lo sguardo di Maurizio Gasparri al pari di quello di Gaetano Quagliariello che ha sparato subito a zero in direzione di Montecitorio: “Fini ha un conflitto d’interessi che deriva dal doppio ruolo di capo della minoranza e presidente della Camera; ha tutti gli strumenti per superarlo”. Par di capire che Fini questo “gap” tra i due ruoli lo voglia superare a modo suo.

Oggi riunirà i suoi fedelissimi, a partire da Italo Bocchino passando per Fabio Granata fino ad arrivare a Giulia Bongiorno che terrà in mano le redini del provvedimento quando arriverà in commissione Giustizia alla Camera. Tre i punti su cui si focalizzano i dubbi di Fini: “La norma transitoria che contrasta con il principio di ragionevolezza, mi inquieta un po’ anche il limite dei 75 giorni e le parti sulle intercettazioni ambientali che così diventano impossibili”. Fini, insomma, la vuole smontare la legge così come la vuole Berlusconi. Schifani lo ha capito perfettamente. E per evitare il peggio, ovvero che il testo che uscirà dal Senato (si ricomincia a parlarne in aula l’8 giugno) venga modificato nuovamente alla Camera, obbligando ad una quarta lettura, ha previsto il ritorno in commissione: "Un pit stop ai box", secondo Gasparri.

Invece è molto di più. Lo ha chiarito, con un discorso dai toni a tratti commoventi Sergio Zavoli. Tre cartelle per dire che “la democrazia va difesa ogni giorno” e che il punto più alto di questa è “una parola alta, che va detta e udita in nome della responsabilità che essa esige, così solenne che si stenta a ripeterla senza qualche imbarazzo, ma la libertà, cui tutti dobbiamo richiamarci, è la prima a dar vita alle nostre speranze di non essere sconfitti dalle nostre sordità o dalla nostra rassegnazione; pronunciamola dandole un fondamento comune, è la sola che nessuno può pronunciare solo per se stesso”.

La satira e le verità nascoste


[Loris Mazzetti, Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2010]

Nell’ultimo rapporto di Freedom House, dedicato alla libertà di stampa, il nostro Paese è collocato al 72esimo posto nel mondo e al 24esimo su 25 nazioni in Europa. La risposta di Berlusconi: “In Italia c’è troppa libertà”. Nulla di nuovo sul fronte Occidentale. Che il premier provi un certo disagio verso la libertà di espressione è risaputo, le ultime intercettazioni, quelle di Trani, lo dimostrano. Durante l’ultimo Cdm, dedicato alla Grecia e al dopo Scajola, Berlusconi è straripato inondando, senza ritegno, Parla con me: “Non è ammissibile che una trasmissione pagata con i soldi pubblici si diletti nell’avere come unico bersaglio il governo e si diverti ad aggredirlo”.

La stessa frase era già stata pronunciata a Porta a Porta il 15 settembre 2009. Durante la puntata, dedicata alla ricostruzione dell’Abruzzo, disse anche: “Delinquenziale dire che la libertà di stampa è in pericolo”. Frase che ricorda l’editto bulgaro del 18 aprile 2002 contro Biagi, Santoro e Luttazzi. “Boia a chi molla”. Bisogna dare atto a mister B. di essere uno che persevera fino a quando gli ordini non vengono eseguiti. Lo stesso anatema, contro Biagi, Santoro e Luttazzi, l’aveva anticipato la settimana precedente, a Bologna, durante il suo intervento al congresso di An. Evidentemente Saccà si era distratto, ma dopo la replica del Cavaliere a Sofia, ha prontamente rimediato.

L’attacco alla Dandini preoccupa non solo perché avviene dal presidente del Consiglio che ha, come è noto, un serio problema con la satira, perché colpisce un programma del servizio pubblico giudicato dai telespettatori di qualità, dove, oltre a far divertire, si dà spazio alle nuove culture musicali, ed è l’unico che guarda con la giusta attenzione i giovani autori, creando non pochi problemi di ascolto alla seconda serata di Mediaset. E qui casca l’asino, cioè il solito conflitto di interessi mai risolto. Berlusconi non si fa cogliere mai impreparato, pronta la replica: “Se si riuscisse a individuare una serie di trasmissioni o azioni di attacco politico sulle reti Mediaset, allora si potrebbe dire che c’è conflitto di interessi”.

Impreparati, invece, quelli della Rai, mai una replica, come se il fatto riguardasse solo RaiTre e non l’intera azienda. Chissà perché quando ad essere attaccati sono altri programmi, come quelli di Lamberto Sposini e Monica Setta, che non vengono citati come un esempio di tv di qualità, la difesa Rai scatta d’ufficio? Un antico detto dice: “Chi attacca la satira il più delle volte ha qualcosa da nascondere”. Chi vuole scoprire cosa nasconde mister B. vada al cinema a vedere Draquila di Sabina Guzzanti, troverà la risposta.

Campania, la Gomorra dei rifiuti non dà tregua


[ Vincenzo Iurillo, Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2010]

Le aziende continuano ad avvelenare i cittadini interrando monnezza pericolosa perfino sotto i binari del treno. I carabinieri arrestano sei imprenditori.

Come il personaggio di Toni Servillo nel film Gomorra, un gruppo di ditte campane ha fatto sparire rifiuti speciali a prezzi stracciati, inquinando la terra, l’ambiente e il libero mercato. ‘Intombandoli’ o semplicemente depositandoli in siti non autorizzati e non protetti della provincia di Salerno, di Benevento e di Napoli, utilizzando automezzi vecchi e dipendenti in nero. Millesettecento metri cubi di ‘fetenzie’ sono state così ‘smaltite’, in spregio a ogni norma di salvaguardia dell’ambiente, soltanto nel periodo compreso tra il 28 ottobre 2008 e il 4 febbraio 2009. Lo si legge nelle 214 pagine dell’ordinanza del gip collegale di Napoli (competente secondo le nuove norme introdotte per i reati relativi alla spazzatura in Campania), eseguita stamane dai carabinieri del Noe di Salerno.

Un’ordinanza che dimostra che l’emergenza rifiuti qui è ancora lontana dall’essere risolta. Quattro arresti in carcere e due ai domiciliari, cinque misure dell’obbligo di dimora e due dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, in un’inchiesta che ipotizza l’esistenza di un’associazione per delinquere che ha lucrato sullo smaltimento illecito dei rifiuti.

Sono 49 gli indagati tra imprenditori, autotrasportatori e titolari di cave e terreni. Il capo era Alfonso Russo, 43 anni, titolare un’impresa di trasporti con sede legale a Nocera Superiore. Russo muoveva i fili dell’organizzazione da casa: era agli arresti domiciliari per accuse di usura. Il gip ha disposto il sequestro giudiziario sia delle ditte che operavano nello smaltimento, che di quelle che si rivolgevano loro per liberarsi dei propri rifiuti. Si tratta per lo più di imprese del polo conciario di Solofra, nell’avellinese, e del settore della trasformazione agricola dell’agro nocerino sarnese, provincia di Salerno. Il pm Maurizio De Marco della sezione Ambiente di Napoli, coordinata dall’aggiunto Aldo De Chiara, aveva chiesto l’arresto anche per gli imprenditori che per risparmiare più di 100 euro per tonnellata di rifiuto da smaltire (con tagli di spesa complessivi di decine e decine di migliaia di euro), si affidavano a quelle che il gip ha definito “piccole e improvvisate ditte che sopravvivono al di fuori di qualsiasi regola”. Ma il giudice ha negato per loro le misure cautelari, ritenendo sufficiente il sequestro delle attività. ‘Sigillate’ anche una cartiera di Minori e diverse aziende conciarie dell’avellinese.

Nelle ‘discariche’ – tra le quali una sita in un’area di cava di Pagani, un’altra a Sant’Agata dei Goti ed un’altra nel sottosuolo dei binari ferroviari di Napoli - finiva di tutto. Persino il cromo esavalente delle polveri di lucidatura. I camion, filmati di nascosto dai militari del Noe, hanno scaricato per mesi ritagli e scarti del cuoio conciato, scarti della separazione meccanica nella produzione di polpa da rifiuti di carta e cartone, miscugli di cemento, mattoni, mattonelle, ceramiche, resti di lavorazione del pomodoro. Il giro d’affari era notevole. L’inquinamento ambientale, purtroppo, lo era altrettanto.

Raiperunanotte: i teleribelli


[Silvia Truzzi, Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2010]

Santoro in onda da Bologna buca la censura di Berlusconi. Appello a Napolitano: abbiamo il diritto e il dovere di farci sentire.

Il bavaglio è diventato un megafono. E Sofia al massimo il nome di una signorina, non più capitale di un editto forse abrogato per sempre. Chi la fa l’aspetti: la rivincita viaggia on line: 120mila accessi Internet contemporanei. E va in scena in un Palazzetto dello sport. Qui, di solito, gli spalti si riempiono per le partite di basket, una cosa fuori moda con le regole e un arbitro che fischia i falli senza badare al colore della maglia. Il Paladozza stasera accoglie tutti gli squalificati di un gioco senza più regole né arbitri: ecco Raiperunanotte, (e)versione di Annozero dopo il cartellino rosso dell’Authority. Michele Santoro l’aveva spiegato: "Stiamo dentro un filo spinato, ma proviamo a tagliarlo". Dal buco della impar-condicio unilaterale, violata a piacimento dal premier (e se se n’è accorta perfino l’Agcom) sono passate migliaia di cittadini, davanti a computer, televisioni, maxischermi. Per una conta che dia la misura vera della protesta c’è tempo. Resistere si può e chi intendeva spegnere voci "stonate" ha ottenuto il risultato opposto. Quelli che "rompono sempre i coglioni", continuano a farlo: la rispettosa dichiarazione viene rilasciata a Luca Bertazzoni, inviato di Santoro, da un militante del Pdl durante la manifestazione di piazza San Giovanni. Le altre affettuose parole sono poco riferibili: le più tenere si augurano la morte di Di Pietro, Travaglio, Santoro. Come si dice: quanti crimini sono stati commessi in nome dell’amore?

Ammorbati – Dal mal d’amore al cancro, è la campagna elettorale delle malattie. Il segretario nazionale della Federazione nazionale della stampa Siddi spiega al pubblico che il “vero cancro è la manipolazione”. Ed è solo l’antipasto. Michele Santoro, nell’editoriale di apertura della puntata, si rivolge a Napolitano per suggerirgli che tra i tanti acciacchi della nostra malridotta democrazia, il peggiore è il conflitto d’interessi. Poco prima erano andati in onda due spezzoni registrati: un Mussolini affacciato al balcone e un terribilmente simile Silvio Berlusconi in piazza San Giovanni. "Presidente", inizia Santoro, "noi non siamo dentro il fascismo. Ma certe assonanze sono davvero preoccupanti". E racconta che proprio oggi ricorre l’anniversario della chiusura della Radio Libera di Partinico - l’emittente di Danilo Dolci - silenziata il 25 marzo del 1970. "Vorrei ricordarle, con grande umiltà, che il presidente Nixon per una telefonata dovette dimettersi". Poi Santoro lancia sos a Napolitano, citando ancora il sociologo siciliano: "E’ un delitto di enorme gravità quando si registra un’interferenza diretta della politica sulla libertà d’informazione". E aggiunge: "Questa è una violenza fatta alla Costituzione". Però attenzione, perché come spiega Gad Lerner: "La censura crea sempre il suo antidoto".

Il telefono no – “Chiudere i pollai pagati con i soldi pubblici”. Era l’ordine di Berlusconi all’Agcom. Invece le galline sono scappate e dimostrano che libere nell’aia fanno più rumore che chiuse nel recinto. Così le intercettazioni, eterno cruccio di un premier che non riesce nemmeno se legato a star lontano dalla cornetta, vanno in onda: Mills, Cosentino, Trani, un po’ per tutti i gusti. Santoro con Ruotolo le ripropone per dimostrare che tutti i paletti messi ad Annozero non erano un caso. E stasera vanno in onda le conversazioni che hanno "aperto il fuoco" sul programma di RaiDue e a cascata su tutti gli altri. "Non si parla di processi in tv. I processi si fanno in tribunale" (quando si riesce). E infatti, guarda la coincidenza, le docu-fiction vengono ritirate dal commercio. Pochi minuti prima dell’inizio, il presidente della Fnsi Roberto Natale parla al pubblico del Paladozza ormai strapieno. E racconta che ai signori di "questa vergognosa Rai" il vizio di telefonare non passa: in queste ore continuano a chiamare per sapere che cosa andrà in onda. Senza parole, senza pudore: come se dovesse interessare alla Rai un programma che si può vedere praticamente dappertutto fuorché sulla Rai. Anche se in Fede, le intercettazioni mica sono il Vangelo. Berlusconi non vuol far chiudere nessuno: lo spiega dallo schermo il direttore del Tg4 intervistato da Stefano Maria Bianchi. Ed è così in buona che quasi quasi gli dispiace di non essere presente.

Testimonial – In effetti chi c’è c’è, chi non c’è si nota. Lo dice Elio in una pausa delle prove, che si aggira aggrottando le sopracciglione. "Molti miei colleghi avrebbero potuto venire, invece hanno scelto di non correre nessun rischio". Lui, con Storie tese, ha deciso cantare "Italia amore mio" del trio degli orrori, liberamente interpretata. Ma anche senza cambiare il testo va bene lo stesso: "Io non avevo fatto niente e non potevo ritornare". Da Emanuele Filiberto a Santoro, il paradosso degli esili. E poi ci sono Giovanni Floris (che sulle intercettazioni e sulle rivoluzioni però prende le distanze), Norma Rangeri, Vauro, Roberto Pozzan, Giulia Innocenzi, Marco Travaglio applauditissimo. Daniele Luttazzi - accolto con un calore straordinario - fa un monologo "approvato dalla Cei" per spiegare come ce l’hanno messo in quel posto: "A fare un uso criminoso della Rai sono Berlusconi e Masi. Sono otto anni che aspettavo di dirlo". E ancora i volti di RaiTre Milena Gabanelli e Riccardo Iacona. La sigla è live: per l’occasione suonata al piano dall’autore, il maestro Nicola Piovani. Sandro Ruotolo ha registrato uno sketch con Roberto Benigni. Si esibiscono Teresa de Sio, Antonio Cornacchione e il trio Medusa in una strepitosa satira del Tg1 (forse ha riso perfino Minzolini). I grandi vecchi: Mario Monicelli pronuncia la parola rivoluzione, Gillo Dorfles parla di democrazia viziata. E li ascoltano moltissimi giornalisti venuti perché tutto questo è voluto anche da Fnsi e Usigrai. C’è Morgan, simbolo (vabbè) della censura tossica che suona con Antonello Venditti, prima di ingarbugliarsi in un discorso fischiato dal pubblico. Non c’è Enzo Biagi. Però c’è Loris Mazzetti, suo storico collaboratore, dirigente Rai, icona della par condicio a due velocità. Nella Rai di Masi e Minzolini lui è stato sospeso per dieci giorni a causa degli articoli apparsi sul Fatto. Siede dietro un filo spinato (ma ha un sacco di buchi).

Così Berlusconi ordinò:"Chiudete Annozero"


[Il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2010]

Silvio Berlusconi voleva "chiudere" Annozero. Un membro dell'Agcom – dopo aver parlato con il premier - sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d'aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani - per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un'inchiesta partita da lontano. L'indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d'usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l'Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l'ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d'interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un'altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all'interno dell'Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull'argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s'intrecciano. I sospetti crescono. L'inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull'Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull'Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” - come pubblicamente li chiama lui - siano chiusi. E l'Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi - che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione - parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l'Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l'esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all'avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell'Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l'hanno attaccato. Chiede se - e come - l'Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l'intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell'Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l'Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l'Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all'avvocato inglese Mills, all'epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell'Utri. Tutt'altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un'impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell'Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell'intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un'indagine.

La notizia più interessante, però, è un'altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d'interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d'indagine - è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile.

Colpo di Stato


Da questa notte l'Italia non è più, ufficialmente, una democrazia. Napolitano ha firmato il decreto della legge interpretativa del Governo che rende alcuni italiani più uguali degli altri. Le leggi d'ora in poi saranno interpretate, ogni volta che converrà a loro, da questi golpisti da barzelletta e, alla bisogna, interverrà un presidente della Repubblica che dovrebbe essere messo sotto impeachment per alto tradimento.
Napolitano ha firmato di notte, di fretta, mentre gli italiani dormivano (forse per una volta si vergognava anche lui). Le liste elettorali senza firme, con firme non autenticate, liste neppure presentate, le liste porcata sono state interpretate, riverginate. Formigoni e Polverini sono stati riammessi. Una qualunque lista dell'opposizione con il più piccolo vizio di forma sarebbe stata respinta. Siamo in dittatura. Sembra strana questa parola detta all'inizio di una nuova primavera: "dittatura".
La magistratura è fuori gioco. Il Parlamento è fuori gioco. Le leggi, anzi i decreti legge del Governo, sottratti alla discussione parlamentare, sono la norma. La firma di Morfeo Napolitano è sempre scontata. E ora, persino l'interpretazione delle leggi è soggetta a Berlusconi, è compito del Governo. Io Berlusconi, io La Russa, io Cicchitto, io Maroni, io Gasparri, io Napolitano... io sono io e voi, cari italiani, miei sudditi, non siete un cazzo. Io emano le leggi, le interpreto e regno.
I ragazzi del MoVimento 5 Stelle hanno raccolto firme per la strada, valide, autenticate per mesi durante questo gelido inverno. Senza un soldo di finanziamento, tutto di tasca loro. E sono stati ammessi in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania. Formigoni e la Polverini se venissero eletti, non avrebbero nessuna legittimità e i primi a saperlo sono proprio loro. Nessuna legge regionale in Lombardia e nel Lazio potrebbe essere ritenuta valida dai cittadini. Il lombardo e il laziale a questo punto avranno il diritto sacrosanto di interpretare le leggi come cazzo gli pare.
Da oggi inizia una nuova Resistenza, l'Italia non è proprietà privata di questi scalzacani. Questa legge porcata in un certo senso è un bene. Ora è chiaro che il Paese si divide in golpisti e democratici. Noi e loro. La Grecia è vicina e forse ci darà una mano. Tloc, tloc, tloc. Girano le pale. Tloc, tloc, tloc. Si scaldano gli elicotteri.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

[Blog Grillo, 6 marzo 2010]

C’è mafia e mafia


Solidarizzare col senatore Di Girolamo sarebbe eccessivo. Ma condividere il suo stupore per lo sdegno generale che lo circonda, anche tra gli alleati e i presunti oppositori del Pd che due anni fa l’avevano salvato dall’arresto (unici contrari gli Idv) e ora lo vogliono cacciare, questo sì, si può fare. Non si comprende la differenza fra il suo caso, che ha portato persino Berlusconi a scaricarlo, e quelli di Dell’Utri e Cuffaro. Anzi l’unica differenza è a suo favore: Dell’Utri è stato condannato in primo grado per mafia, Cuffaro in appello per favoreggiamento alla mafia, Di Girolamo non ancora. Ha “solo” un mandato di cattura per rapporti con la ‘ndrangheta. Come Cosentino, che però starebbe con la camorra e dunque resta sottosegretario.

Si dirà: Di Girolamo è stato fotografato con un boss e le cosche votavano per lui. Ma vale pure per Cuffaro, che fu filmato con due medici mafiosi: Vincenzo Greco, condannato per aver curato il killer di don Puglisi, e Salvatore Aragona, condannato per aver fornito un alibi falso al boss Enzo Brusca.
Entrambi legatissimi al boss Giuseppe Guttadauro, che Cuffaro fece avvertire delle microspie a casa sua. Per Dell’Utri c’è solo l’imbarazzo della scelta. Dal 1974 e il ‘76 infila un mafioso, Vittorio Mangano, in casa di Berlusconi: assunzione suggellata – scrive il Tribunale di Palermo – da un incontro a Milano fra il Cavaliere, Dell’Utri e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo.
Nel 1976 partecipa – l’ammette lui stesso – al compleanno del boss catanese Antonino Calderone, insieme ai mafiosi Mangano, Nino e Gaetano Grado.
Nel ’77 va a lavorare per Filippo Rapisarda, legato a mafiosi come Vito Ciancimino e il clan Cuntrera-Caruana.
Nel 1980 partecipa – l’ammette lui stesso – a Londra alle nozze di Jimmy Fauci - pregiudicato siciliano legato ai Caruana, addetto al traffico di droga fra Italia, Gran Bretagna e Canada - con i mafiosi Di Carlo, Teresi e Cinà.
Nel 1992 il boss di Trapani, Vincenzo Virga, minaccia l’imprenditore Garraffa per perorare la causa di un presunto credito in nero reclamato da Dell’Utri (Virga e Dell’Utri si salveranno grazie alla prescrizione del reato di minacce gravi). Intanto Dell’Utri ottiene un provino al Milan per Gaetano D’Agostino, figlio di un complice dei Graviano.
Nel 1993, mentre lavora al progetto Forza Italia, Dell’Utri s’interessa al movimento mafioso “Sicilia Libera”: i suoi contatti con uno dei fondatori, il principe Napoleone Orsini, risultano da agende e tabulati. In novembre ancora le sue agende rivelano due incontri a Milano, nella sede di Publitalia, con Mangano, appena uscito da 11 anni di galera per mafia e traffico di droga.
Nel 1998 la Dia fotografa Natale Sartori (socio della figlia di Mangano in alcune cooperative di pulizie) mentre rende visita al neodeputato Dell’Utri.
Pochi mesi dopo la Dia filma un incontro a Rimini fra Dell’Utri e un falso pentito, Pino Chiofalo, che organizza un complotto contro i pentiti veri.
Nel ‘99 Dell’Utri si candida al Parlamento europeo: un fedelissimo di Provenzano intercettato in un’autoscuola raccomanda ai picciotti di votare per lui: “Dobbiamo portare e aiutare Dell’Utri, sennò lo fottono. Se sale alle Europee non lo tocca più nessuno…‘sti sbirri non gli danno pace”. Nel 2001, vigilia delle politiche, il boss Guttadauro parla con Aragona: “Con Dell’Utri bisogna parlare, alle elezioni ’99 ha preso impegni (col boss Capizzi, ndr) e poi non s’è fatto più vedere”. Aragona: “Io sono stato invitato al Circolo, sede culturale di Dell’Utri in una biblioteca famosa”.
Nel 2003 Vito Palazzolo, boss latitante in Sudafrica, contatta Dell’Utri tramite intermediari (tra cui la moglie) perché prema sul governo Berlusconi per sistemare i suoi guai giudiziari.

Di Girolamo, al confronto, è un principiante. Ma ha un grave torto: “L’ha portato An”, dice il Banana, dunque l’inchiesta non è talebana né a orologeria: “È una cosa seria”. Ha sbagliato partito e soprattutto banda: se stava con la mafia o con la camorra, come minimo sarebbe sottosegretario.

[Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 1 marzo 2010]

Le tangenti "pulite" e "fatturate"


La Protezione civile ha centinaia di consulenti: ci sono consulenze di "area politica ed economica", di "ricerche e di indagine". Se ne rintracciano alcune stravaganti. "Consulenti di comunicazione politica e pubblica nel settore", consulenti di "accessibilità immediata agli specialisti del settore per la risoluzione di problematiche improvvise", "consulenti in strategie e tecniche dell'informazione, di immagine e divulgazione della cultura di protezione civile", consulenti per "coadiuvare il Capo del Dipartimento nelle attività collegate all'iter parlamentare dei provvedimenti legislativi", "consulente per le attività di comunicazione visiva".

Illegittimo cedimento


Fino a tre anni fa, quando passavano porcate incostituzionali come il legittimo impedimento, le persone perbene guardavano fiduciose al Colle. E spesso il Colle dimostrava che era una fiducia ben riposta, rispedendo le porcate al mittente: accadde col decreto Conso (grazie a Scalfaro), con la Gasparri, la Castelli e la Pecorella (grazie a Ciampi).

Da quando c’è Napolitano, non è mai accaduto. Infatti il Giornale scrive che "Napolitano non opporrà ostacoli" neanche stavolta. E’ vero che c’è sempre una prima volta, la speranza è l’ultima a morire, ma insomma. Dunque dove guardare, se anche il Colle è sprofondato?

Alla Consulta certo, ma campa cavallo: ha tempi di reazione da bradipo e quando esaminerà il legittimo impedimento sarà già scattata la nuova porcata, il superlodo Al Nano con legge costituzionale. Che, pur essendo incostituzionale, difficilmente la Corte potrà esaminare.

Dunque Berlusconi è al sicuro? Mica tanto. Il processo breve è congelato alla Camera perché Fini ha dei dubbi e Napolitano (persino lui) pure. In ogni caso è talmente incostituzionale che stopperebbe i processi al Banana per un annetto, poi la Consulta fulminerebbe anche quella porcata e le udienze ripartirebbero da dove si erano interrotte.

Angelino Jolie, noto giureconsulto, dà per scontato che, entro i 18 mesi dalla scadenza del legittimo impedimento, "molto rapidamente" gli verrà agganciato il nuovo lodo per le alte cariche o, in alternativa, la legge costituzionale che ripristina l’autorizzazione a procedere.

Forse non gli hanno spiegato che, anche se e quando saranno approvati a maggioranza da Camera e Senato e firmati dal capo dello Stato, lodo e/o immunità saranno lettera morta: prima dovranno essere sottoposti ai cittadini col referendum confermativo.

Gl’italiani dovranno rispondere a questa domanda: la legge è uguale per tutti i cittadini o quattro sono più uguali degli altri? Stando ai sondaggi, vince la prima risposta 80 a 20, anche fra gli elettori del centrodestra.

L’unica via di scampo per la banda del buco è approvare una delle leggi costituzionali con i due terzi del Parlamento: per raggiungerli, al Pdl non basta il soccorso della finta opposizione dell’Udc, peraltro scontato.

Occorrono i voti del Pd. A questo mira la nuova campagna della stampa berlusconiana, e del Pompiere al seguito, contro Di Pietro, degno corollario della beatificazione di Craxi: demolire la memoria di Mani Pulite, far passare l’idea che i processi ai politici che rubano sono complotti politici, dunque la casta va protetta da nuovi assalti delle toghe politicizzate (quelle che ieri hanno assolto Berruti, per dire).

Lo confessa Massimo Franco sul Pompiere dell’Inciucio: "La lievitazione del caso Di Pietro potrebbe regalare qualche sorpresa". Perciò si continua a montare la panna sul nulla: per azzoppare l’unico ostacolo rimasto sulla via dell’impunità.

Ecco dunque dove gli italiani perbene devono rivolgere lo sguardo: a quel che accade dalle parti di Bersani. Nemmeno un voto del Pd dovrà andare al partito dell’impunità. Dipendesse dalla nomenklatura (quella dei D’Alema che rincorrono sempre il “male minore”, dei Violante che delirano di "squilibrio fra giustizia e politica", dei Letta che giustificano “la difesa dai processi”), l’impunità sarebbe già cosa fatta.

L’altroieri, mentre la Camera votava la porcata, Bersani incredibilmente dichiarava: "Siamo pronti al dialogo sulle riforme se il premier rinuncia alle leggi ad personam" (intanto gliene passava un’altra sotto il naso).

Ma per fortuna ci sono pure gli elettori, che sono molto meglio degli eletti. Spetta a loro premere con ogni mezzo sul vertice Pd – con manifestazioni, mail, fax, telefonate, lettere ai giornali, interventi ai comizi e ai convegni ogni qual volta s’imbattono in un leader di passaggio – per far sapere che con questa gentaglia non vogliono alcun dialogo, tavolo, compromesso sulla giustizia.

Parlando l’unico linguaggio che lorsignori ancora capiscono: la minaccia. Al primo inciucio che fate, non vi votiamo più.

[Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2010]

Fini, monito al governo: "Non detti agenda alle Camere"


Il presidente dell'Assemblea di Montecitorio durante una tavola rotonda. "Solo una visione mitologica della democrazia può indurre a ritenere che la funzione di governo si traduca automaticamente, una volta conclusa la competizione elettorale, in un'agenda legislativa predefinita e a senso unico in cui il potere esecutivo, soprattutto con il ricorso all'uso distorto, sotto vari profili, della decretazione di urgenza, tende a limitare, o peggio a soffocare il libero dibattito parlamentare sulle grandi decisioni della politica pubblica".

"La legittimazione democratica a governare - ha proseguito Fini- non è infatti solo un dato iniziale che scaturisce dalle urne, ma si rafforza giorno dopo giorno nell'affrontare e nel risolvere i problemi sempre nuovi e inattesi che si presentano sul terreno concreto dei bisogni della collettività".

"In un sistema parlamentare come il nostro - ha sottolineato ancora - il rapporto quotidiano fra governo e parlamento serve appunto a far valere di fronte ai cittadini, in modo trasparente e motivato, la responsabilità per le decisioni che si prendono durante l'intero arco della legislatura. E' solo attraverso questo confronto quotidiano che le iniziative politiche del governo e della sua maggioranza diventano come richiede la costituzione 'politica nazionale', cioè quella unitaria sfera deliberativa in cui tutte le forze politiche sono chiamate a concorrere con metodo democratico".

[Gianfranco Fini, 12 gennaio 2010]

Il furto del TFR


Il matematico e economista Beppe Scienza vi fa un regalo per il nuovo anno. Un consiglio che salverà il valore del TFR a chi non l'ha ancora affidato ai fondi pensione. Passate parola a tutti i lavoratori, vostri colleghi o amici, di tenersi stretto il TFR nel 2010. Quando arriverà una busta arancione con la richiesta di spostare il TFR nei fondi pensione rifiutate. Per raccattare qualche adesione in più ci sarà probabilmente il silenzio/assenso, quindi dovrete rispondere per forza. Il 6 giugno del 2007, ben prima della crisi economica, il blog pubblicò il post: "Il TFR mormorò" con gli stessi consigli: "Se lavori nel settore privato ed entro fine giugno non dici nulla, il tuo TFR finirà nel risparmio gestito. Un’avventura da far tremare i polsi. Da vent’anni i fondi comuni fanno perdere soldi. E i fondi pensione sono pronti a ripetere gli stessi disastri. Il silenzio assenso è una trappola. Cambiano le carte in tavola senza chiedere nulla. E’ il gioco delle tre tavolette con i soldi di una vita. Non è vero che costruiscono una pensione integrativa: danno il TFR in pasto all’industria del risparmio gestito.". Chi in seguito ha mantenuto il suo TFR in azienda ha guadagnato, chi ha investito in fondi ha perso una cifra!

Intervista a Beppe Scienza:

"L’ultima novità sul TFR ha suscitato molto sdegno, anche se in effetti non è la cosa più grave. La novità è che la Legge Finanziaria per il 2010 utilizzerà quei soldi che le aziende, anziché tenerli loro a fronte del TFR dei loro dipendenti, hanno dato all’Inps non è la cosa più grave, in quanto non tocca veramente la situazione dei lavoratori; purtroppo sono altre le cose che toccano o toccheranno o minacciano di toccare la situazione dei lavoratori.
La riforma bipartisan del TFR, decisa prima da Maroni e Tremonti con il governo Berlusconi e poi anticipata di un anno dal governo Prodi, è stata uno dei tiri più mancini tirati ai lavoratori italiani negli ultimi decenni.
Il vero inganno, il vero imbroglio, la vera falsità che viene diffusa dai vari economisti di regime è un’altra, ed è la base del discorso con cui si vuole convincere la gente a aderire alla previdenza integrativa e è questo discorso. Le pensioni saranno basse e quindi non sufficienti, per integrarle bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione: bene, questa è una falsità bella e buona! Può anche darsi che le pensioni saranno basse, anche se è difficile prevedere tra 40 anni come saranno le pensioni, prevedere a distanza di 40 anni come saranno le pensioni, come saranno gli stipendi, come saranno i prezzi è praticamente impossibile. Ma anche se fosse vero che saranno basse, è falso che per avere una rendita aggiuntiva bisogna trasferire il TFR ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi: no, uno si tiene il TFR e, quando incassa la liquidazione, se vuole utilizza questa cifra per avere una pensione integrativa e, se quella cifra è più alta di quanto è rimasto invece a quel poveraccio che ha aderito a un fondo pensione, chi non ha aderito avrà una pensione integrativa più alta di chi ha aderito.
Ci sono dei campioni, nella non nobile arte di prendere in giro i lavoratori italiani che raccontano loro delle cose addirittura ridicole; prendo un esempio concreto, uno di questi campioni si chiama Marco Lo Conte ed è un giornalista de Il Sole 24 Ore, il bollettino quotidiano della Confindustria, in cui lui dice - cito da sabato 24 ottobre 2009 a pagina 4 di Plus24, il supplemento - che: “per chi non aderisce alla previdenza integrativa c’è la certezza roulotte, cioè la certezza di trovarsi, in vecchiaia, a vivere in una roulotte senza neanche il cibo per i gatti” e questo riguarderebbe 18 milioni tra i 23 milioni di italiani lavoratori dipendenti. Beh, dire che chi non aderisce alla previdenza integrativa è certo di finire a vivere in roulotte mostra soltanto che a Il Sole 24 Ore manca il senso del ridicolo.
Con il 2010 dovrebbero arrivare a tutti i lavoratori dipendenti delle buste, pare di colore arancione, ma l’aspetto cromatico è irrilevante, in cui si dice loro quale sarà presumibilmente la loro pensione. Il fine di queste buste arancioni è spaventare i lavoratori e indurli, spingerli a cosa? Ai fondi pensione o a altri prodotti assicurativi. Ecco, questo è quello che una persona prudente proprio non deve fare.
Dare i propri soldi ai fondi pensione vuole dire correre due rischi che con il TFR non si corrono: il primo rischio - e si è visto bene nel 2008 - è che un crack di mercati finanziari faccia scendere di valore quello che uno ha messo da parte; qui non si tratta di fallimenti, i fondi pensione non falliscono, anche i fondi comuni non falliscono, però possono perdere il 90% senza fallire. L’altro rischio che c’è è che riparta l’inflazione.
Quello che è sicuro è che, di fronte a entrambi questi due rischi, un crack dei mercati finanziari e il ripartire dell’inflazione, che magari possono anche capitare entrambi insieme, perché a volte le brutte notizie vengono insieme, chi si tiene il TFR è tranquillo, perché il valore del TFR non dipende dai mercati finanziari e, se viene l’inflazione, il TFR segue in maniera eccellente l’inflazione.
Ora, il ministro Sacconi ha più volte anticipato che: “si farà partire un nuovo periodo di silenzio /assenso”, cioè altri sei mesi in cui, automaticamente, se uno decide di no, i suoi soldi vanno nei fondi pensione.
Il TFR va bene per i lavoratori, va abbastanza bene per i lavoratori, va abbastanza bene per le aziende, però non fa guadagnare i banchieri, perché i lavoratori prendono i soldi dalle aziende e la banca non si mette in mezzo a fare la sua cresta; non fa guadagnare gli assicuratori, che non sono assolutamente nel gioco, non va guadagnare i gestori di fondi perché non gestiscono niente, non fa guadagnare i sindacati, perché non hanno a da mettere i loro uomini, come invece li mettono, nei fondi pensione per la gestione dell’amministrazione, non fa guadagnare i funzionari della Confindustria e delle altre organizzazioni del patronato, che invece nei fondi pensione mettono anche loro i propri uomini, non fa guadagnare i docenti universitari, non fa guadagnare gli economisti, perché il TFR va avanti per conto suo e gli economisti non possono fare consulenze, non possono essere nei consigli di amministrazione dei fondi pensione, non possono guadagnarci sopra. Insomma, il TFR è una cosa che va bene soltanto ai lavoratori e alle aziende, non fa guadagnare gli altri e gli altri hanno cercato di distruggerlo. Per fortuna non ci sono ancora riusciti!" Beppe Scienza

[Blog Grillo, 27 dicembre 2009]

Nessuno tocchi il soldato Travaglio!


Marco Travaglio è un giornalista, sembra poco, invece, in Italia, è molto, moltissimo. Un giornalista libero che non vive dei contributi dello Stato, delle tasse di operai e impiegati. Come ad esempio fanno i mantenuti Ferrara del Foglio, Polito del Riformista e Belpietro di Libero. Travaglio è esile, non ha la scorta, scrive di fatti documentati. Se un centesimo degli scritti dei suoi libri fosse falso sarebbe in carcere da un decennio. Per poter continuare a scrivere ha dovuto fare un suo giornale, Il Fatto Quotidiano, che non è, come tutto il resto della stampa, a carico dei cittadini. Le grandi testate non lo hanno voluto. Fa il suo mestiere, informa. E questo in Italia non è tollerato.

Nel 2006 Anna Politkovskaja fu assassinata a Mosca. In Russia ai giornalisti liberi si spara. La Politkovskaja disse: "Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano". Lei era diventata un bersaglio e pagò. Travaglio è oggi, a sua volta, un bersaglio di regime.

Bruno Vespa ha intitolato Porta a Porta: "Di chi è la colpa?" puntando il dito su Travaglio di cui ha fatto vedere spezzoni inquietanti dell' ultimo Passaparola tratto da questo blog. E' Travaglio che ha armato moralmente lo psicolabile con il modellino del duomo di Milano? (... esaurito da giorni in tutta Milano, ci sono forse migliaia di psicolabili in giro che vogliono ripetere l'insano gesto?).

Paolo Liguori, memore dei bei tempi di Lotta Continua, ha esternato: "Nelle parole di Travaglio non c'è un barlume di pietà né di amore. Queste parole possono istigare alla violenza".

Nel programma "Pomeriggio 5" in onda su Canale 5, lo psichiatra Alessandro Meluzzi ha un lapsus: "Ci sono lanciatori di pietre. Come si chiama questo personaggio? Tartaglia, Travaglio. Sì, Tartaglia."

Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Partito dell'Amore ha detto alla Camera: "A condurre questa campagna (di odio nei confronti di Berlusconi, ndr) è un network composto da un gruppo editoriale Repubblica-espresso, quel mattinale delle procure che è Il Fatto, da una trasmissione condotta da Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio". La tessera P2 2232 Cicchitto ha poi invitato i deputati del Partito dell'Amore a non assistere all'intervento di Di Pietro. La scena dei deputati del Pdl. "nominati" (e non eletti dai cittadini) dal piduista Berlusconi, in fila indiana dietro al piduista Cicchitto per uscire dal Parlamento, come scolaretti dietro al Gran Maestro, rimarrà nella Storia della Repubblica. Mai così in basso.

La P2 regna e informa. Ha scelto un bersaglio: Travaglio, che non può distruggere con la diffamazione o comprare, ma solo abbattere. Dietro Travaglio c'è però la Rete, ci sono milioni di italiani. Se dovesse succedergli qualcosa, anche se dovesse colpirlo un fulmine dal cielo, qualcuno dovrà renderne conto. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

[Blog Grillo, 18 dicembre 2009]

Spartacus, la madre di tutti i processi


Nei prossimi tre giorni si chiuderà dopo undici anni il terzo e ultimo grado del Processo Spartacus. È un evento epocale che rischia di passare inosservato, sotto silenzio. Come un normale ingranaggio giudiziario che volge al termine. Il processo Spartacus è il più grande processo di mafia della storia della criminalità organizzata in Europa, paragonabile solo al Maxi Processo contro Cosa Nostra istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

[Roberto Saviano , Repubblica, 14 dicembre 2009]

Storie di tritolo cavalli e Forza Italia


Il nuovo potere che si snoda tra‘92 e‘93 e le scelte politiche dei clan. Le trasferte dei boss al nord e la nuova trattativa. E oggi Spatuzza e le paure di Berlusconi.

di Peter Gomez

A Firenze, quella notte, c'era un ragazzo affacciato a una finestra. Chi l’ha visto racconta che “urlava”, ma che “a un certo punto ci fu una fiammata e sparì”. A Firenze, quella notte, c'era una bimba. Aveva solo sei mesi e si chiamava Caterina. Dalle macerie della Torre del Pulci la estrassero dopo tre ore. Era come avvoltolata in un materasso. Sul viso aveva solo un graffio e per qualche minuto il medico che la soccorreva pensò di poterla salvare. Ma si sbagliava.

A Firenze, in quella tiepida notte di maggio, morirono in cinque. E altri cinque se ne andarono esattamente due mesi dopo, il 27 luglio, a Milano. Uccisi da un'autobomba in via Palestro, mentre a Roma saltavano in aria due chiese e il presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, credeva che fosse in atto un colpo di Stato. Il centralino di Palazzo Chigi, forse perché sovraccarico di chiamate, non funzionava.
I politici, fiaccati dalle indagini sulla loro corruzione e messi in ginocchio dagli avvisi di garanzia firmati dal pool di Mani Pulite, parlavano di terrorismo internazionale, di kommando arabi, di servizi segreti deviati. Solo l’ex segretario del Partito socialista Bettino Craxi sembrava capire. E ai giornalisti diceva: “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”.

SCHEGGE E FRAMMENTI

Eccolo qui il racconto dell’estate del terrore. Eccoli qui quei fatti del 1993-94 ai quali, con “follia pura”, secondo il premier Silvio Berlusconi, “frammenti di procure guardano ancora”. Una lunga scia di sangue e tritolo che ufficialmente si apre nella Capitale 14 maggio ‘93 quando in via Fauro, il presentatore Fininvest, Maurizio Costanzo, sfugge per miracolo a un attentato dinamitardo. E che prosegue, dopo le bombe di Firenze, Milano e Roma, con l’assassinio di don Pino Puglisi a Palermo, con la mancata strage di carabinieri allo Stadio Olimpico (“i morti dovevano essere cento” ha ricordato il pentito Gaspare Spatuzza)e il tentativo di far fuori con la dinamite lo storico collaboratore di giustizia, Totuccio Contorno, il 14 aprile del 1994.

Come nasca la strategia stragista di Cosa Nostra ce lo dicono ormai decine di sentenze definitive. Intorno al 1991 il capo dei capi Totò Riina, capisce che, nonostante le garanzie ricevute da un pezzo di Democrazia cristiana, attraverso l’eurodeputato Salvo Lima, il maxiprocesso, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo, andrà male.

In Cassazione il verdetto non sarà annullato perchè il giudice Giovanni Falcone, che adesso lavora al fianco del Guardasigilli socialista Claudio Martelli, sta per imporre la rotazione delle sezioni specializzate in fatti di mafia: Corrado Carnevale, il giudice che allora tutti chiamavano “ammazzasentenze” verrà tagliato fuori. In provincia di Enna tra il novembre del 1991 e il febbraio del 1992, si tengono così una serie di vertici tra boss per cercare di recuperare terreno.

«Durante gli incontri», ha raccontato il pentito Filippo Malvagna, «Riina fece presente che la pressione dello Stato contro Cosa Nostra si era fatta più rilevante e che comunque vi erano segnali del fatto che tradizionali alleanze con pezzi dello Stato non funzionavano più». Per questo l’allora capo dei capi decise «fare la guerra per poi fare la pace». Di sparare sempre più in alto per poi aprire una trattativa da una posizione di forza. Come in Colombia.

Vengono messi in calendario gli omicidi dei politici che la mafia considera traditori. Quello di Lima, quello del grande elettore democristiano e uomo d’onore Ignazio Salvo, più una lunga serie di leader di partito che verranno invece risparmiati: Martelli, Salvo Andò, Calogero Mannino e molti altri. Si discute dell’attentato a Falcone.
Si parla della morte di personaggi dello spettacolo e della televisione come Maurizio Costanzo e Michele Santoro.

E intanto si ragiona di politica. Nel dicembre del ‘92, con due anni di anticipo rispetto alla creazione di Forza Italia, Leonardo Messina, ex braccio destro del boss della provincia di Caltanissetta, Piddu Madonia, racconta davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, che “Cosa Nostra ha deciso di farsi Stato”. Riina infatti in quelle riunioni annuncia pure la nascita “di un partito nuovo”, formato da massoni e da colletti bianchi, con l’obiettivo di arrivare “alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno della separazione dell’Italia in tre Stati”.

IL CORTEGGIAMENTO DI CRAXI

Muore così Falcone e 57 giorni dopo tocca a Paolo Borsellino. Cosa Nostra è alla disperata ricerca di nuovi referenti politici. Attraverso l’ex sindaco Vito Ciancimino sono state inoltrate allo Stato una serie di richieste (il famoso papello), ma quello spiraglio di trattativa non ha portato a niente di concreto.

E sta sfumando anche l’idea, coltivata almeno a partire dal 1987, di stringere un patto con Bettino Craxi. Il lungo corteggiamento avvenuto, secondo la sentenza che in primo grado ha condannato Marcello Dell’Utri, attraverso i vertici della Fininvest è rimasto senza risultati.
Certo, con il gruppo del biscione i legami - antichi - si sono consolidati. Ogni anno, come racconta il processo Dell’Utri, a Riina arrivano 200 milioni di lire in regalo. Soldi di cui parlano molti pentiti e di cui è stata persino trovata una traccia documentale.
Un appunto nel libro mastro del pizzo della famiglia mafiosa di San Lorenzo in cui è annotato “1990 Canale 5,5 milioni regalo” (il denaro secondo i collaboratori di giustizia veniva diviso da Riina tra i diversi clan ndr). Ma Craxi sta per essere messo fuori gioco dalle inchieste di Mani Pulite. Per la mafia continuare a puntare su di lui non ha più senso. Che fare?

L’unica speranza concreta è rappresentata dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i due giovanissimi boss di Brancaccio. Due ragazzi dalla faccia pulita che a Palermo controllano, attraverso prestanome, alcune delle più grandi imprese di costruzioni della città. A partire dai primi del ‘92 hanno cominciato ad andare spesso al Nord, o meglio a Roma e a Milano, dove hanno dei contatti importanti. Che parlino con Marcello Dell’Utri lo sostiene per primo davanti ai magistrati, già nel 1997, una loro testa di legno. L’ex funzionario della Dc, Tullio Cannella, e lo ribadisce adesso, con più chiarezza, il superpentito Gaspare Spatuzza.

Si tratta però di dichiarazioni de relato. L’unico fatto certo è invece che Dell’Utri, a partire dal giugno del 1992, ha assoldato una serie di consulenti (lo dimostrano le carte sequestrate a Publitalia) per spiegare ai manager della concessionaria di pubblicità e a quelli di Programma Italia del banchiere socio di Berlusconi, Ennio Doris, i segreti della politica.
Altrettanto incontestabili sono poi le continue telefonate e visite a Milano 2 di Gaetano Cinà, un uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), amico da una vita di Dell’Utri.

Così mentre Dell’Utri ragiona di politica e, nel timore che le indagini di Mani Pulite portino al governo le sinistre, insiste sul Cavaliere perché scenda direttamente in campo, la mafia in Sicilia continua ad attaccare lo Stato. Il 15 gennaio del ‘93 accade però un imprevisto: Totò Riina finisce in manette.

Suo cognato, Luchino Bagarella, raduna gli amici e dice: “Finché ci sarà un corleonese fuori si va avanti come prima”. La scelta è obbligata. Tra il popolo di Cosa Nostra c’è molta insofferenza. Adesso bisogna pure convincere lo Stato a chiudere i supercarceri di Pianosa e l’Asinara, appena riaperti, e a eliminare il 41 bis. Il problema è che con Mani Pulite che impazza mancano interlocutori affidabili.

IL “SEGNALATORE

Non è chiaro chi dia alla mafia l’idea di distruggere i monumenti con le bombe. Cioè di fare azioni eclatanti che però non colpiscono (in teoria) le persone, ma le cose.
Una delle piste battute dalla procura di Firenze negli anni ‘90, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, portava sempre alla Fininvest. Ma, in assenza di riscontri indiscutibili, tutto è stato archiviato.

Certi sono invece due fatti. A pretendere che le stragi avvenissero fuori dalla Sicilia è stato il grande protettore dei Graviano, il boss Bernardo Provenzano.
Mentre la riunione operativa che ha preceduto gli attentati è avvenuta il primo aprile del‘93, in un villino di Santa Flavia, vicino a Palermo, di proprietà di Giuseppe Vasile, un appassionato di cavalli, poi condannato per favoreggiamento dei Graviano. Vasile è un driver dilettante e corre in pista con Guglielmo Micciché, il fratello di Gianfranco, che sarà poi coordinatore di Forza Italia in Sicilia.

Figlio di un vecchio uomo d’onore di Brancaccio, Vasile mette dunque a disposizione la sua abitazione per l’incontro in cui Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro - il giovane boss di Trapani fattore della famiglia del futuro sottosegretario agli Interni, Antonio D’Alì - ragionano di bombe. Durante il summit si decide che a colpire siano i Graviano, Matteo Messina Denaro e i loro uomini. Tutti loro partono per il continente e per mesi non hanno più contatti con Bagarella.

Ma è a Palermo che avviene un fatto davvero strano. il 12 maggio, 48 ore prima dell’azione contro Costanzo, Vasile, con un amico titolare di una ricevitoria di totocalcio, entra nell’agenzia numero 27 del Banco di Sicilia, diretta da Guglielmo Micciché. I due chiedono a Micciché di cambiare 25 milioni in contanti in assegni circolari. L’operazione viene eseguita immediatamente.
Gli assegni verranno poi utilizzati per tentare di affittare una villa in Versilia dove ospitare, presentandoli sotto falso nome, sia i fratelli Graviano che Matteo Messina Denaro.

Una vacanza che proseguirà almeno fino a luglio, mentre l’Italia viene messa a ferro e fuoco.
Poi i Graviano partono di nuovo. Si dirigono a Porto Rotondo, dove resteranno per tutto agosto, mentre a poche centinaia di metri, nel suo buen retiro di villa La Certosa, Berlusconi trascorre lunghi fine settimana mettendo a punto il suo nuovo partito.

Infine l’ultimo viaggio. La meta è Milano, dove i due fratelli verrano arrestati il 27 gennaio del ‘94. In quel periodo però si fa vedere in città anche l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano.
Il boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, e il Luchino Bagarella, lo hanno infatti incaricato di contattare il Cavaliere. Brusca, una volta pentito, racconta che a fine settembre né lui, né Bagarella, avevano più notizie dei Graviano.
Per questo Mangano viene convocato d’urgenza e gli viene chiesto di riallacciare i suoi antichi rapporti.

Il 2 novembre,come risulta dalle agende sequestrate alla segretaria di Dell’Utri, l’ex fattore chiama il futuro senatore azzurro in quel momento impegnato negli ultimi preparativi di Forza Italia.
Poi lo cerca di nuovo e spiega per telefono che tornerà a fine mese. Sulle agende si legge: «Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale» e ancora: «Mangano verso 30-11 5 giorni prima convoca con precisione».

L’incontro, come conferma Dell’Utri, avviene per davvero: “Di tanto in tanto”, dice il senatore, “Mangano mi veniva a trovare. Mi parlava della sua salute”.
Non è chiaro invece, ma è altamente probabile, se a Milano il boss incontri anche i Graviano.
Di sicuro in quei mesi tra la famiglia di Porta Nuova, capeggiata da Mangano, e quella di Brancaccio viene inaugurata una sorta di alleanza.

Spatuzza ricorda che i Graviano gli chiesero di andare a Porta Nuova per risolvere un problema di ordine pubblico mafioso: punire dei ladri che si muovevano fuori dagli ordini del clan. Lui rimase sorpreso. Ma poi, quando nel gennaio del ‘94, Giuseppe Graviano gli disse di aver stretto un patto con Berlusconi e Dell’Utri, cominciò a capire.

[Peter Gomez , Il Fatto Quotidiano del 29 novembre 2009]

L'avvertimento


Silvio Berlusconi vuole ad ogni costo leggi, non importa se incostituzionali, che fermino i magistrati. Non solo e non tanto quelli di Milano, ma soprattutto quelli di Palermo, Firenze e Caltanissetta che stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi del ’92-’93. Sa che un’iscrizione nel registro degli indagati potrebbe essere vicina, dopo le recenti accuse di Massimo Ciancimino e del collaboratore Gaspare Spatuzza, confluite nel processo d’appello di Palermo a carico di Marcello Dell’Utri. E Gianfranco Fini deve accettare che i pm e giudici siano mbrigliati in ogni modo, altrimenti è fuori dal Pdl, anche se l’ha fondato insieme a lui.

Il presidente del Consiglio è arrivato ieri a palazzo Grazioli per un supervertice senza far fiatare i suoi ha sparato immediatamente contro la magistratura, accusandola di fatto di eversione. Ha detto che c’è una persecuzione nei suoi confronti che porta sull’orlo della guerra civile. Di fronte a queste parole ci sarebbe stato il plauso del ministro Angelino Alfano e dell’avvocato-parlamentare Niccolò Ghedini. Poco dopo l’ufficio stampa del Pdl ha smentito che Berlusconi abbia parlato di guerra civile, nonostante l’affermazione fosse stata riportata anche da diverse agenzie di stampa.

A Il Fatto risulta che dopo i primi lanci della notizia dal Quirinale sarebbe partita una sollecitazione perché palazzo Chigi smorzasse i toni. Da qui la smentita, ma dentro palazzo Grazioli quelle parole sono state sentite chiaramente e riferite. Berlusconi,nelle due ore di summit,ha proseguito con la sua invettiva dicendo che da parte di certi magistrati c’è in atto il tentativo di buttare giù il governo e la maggioranza eletta democraticamente dai cittadini e quindi in questo momento per fermarli intanto si deve approvare il cosiddetto processo breve. Il cavaliere ha parlato anche del caso Cosentino, definendo le accuse di collusione con la camorra mosse dalla Procura di Napoli paradossali. Si è speso in parole solidali anche nei confronti del presidente del Senato, Renato Schifani, tirato in ballo da Spatuzza. Poi Berlusconi ha ordinato una riforma della giustizia di tipo costituzionale che preveda anche quella che è una delle sue ossessioni: la separazione delle carriere.

Non poteva mancare l’attacco ad alcune trasmissioni della Rai che a suo dire processano sempre governo e maggioranza. Una situazione, ha detto Berlusconi, che deve finire. Nessuna citazione specifica, ma si sa che nel mirino del premier ci sono Annozero e le trasmissioni di RaiTre dell’appena defenestrato direttore Paolo Ruffini. Riferimenti tanto chiari da smuovere la reazione del presidente di viale Mazzini, Garimberti, che ha rivendicato il pluralismo della tv di Stato. E comunque i diktat di Berlusconi ai suoi hanno avuto risultati immediati.

All’uscita da palazzo Grazioli La Russa ha detto che la maggioranza riproporrà il lodo Alfano, questa volta con legge costituzionale (anche perché non potrebbe fare altrimenti dopo la bocciatura della Consulta ) e sosterrà compatto il ddl “processi brevi”. Per la Lega in arrivo il “no” al voto per chi non è italiano.
L’ufficio di presidenza è durato due ore, più che una riunione è stata un monologo di Berlusconi. La prova generale del discorso che il premier vuole fare agli italiani sulla giustizia, probabilmente in televisione, a reti unificate. Magari dopo il 4 dicembre, il giorno in cui Spatuzza dovrà testimoniare al processo Dell’Utri, in trasferta a Torino per motivi di sicurezza.

[Antonella Mascali e Sara Nicoli , Il Fatto Quotidiano del 27 novembre 2009]

Ci prendono per scemi?


Così avremo il processo breve per gli incensurati; per gli altri, quelli già condannati, mettiamoci pure tutto il tempo che ci vuole. Entro 6 anni per l’incensurato deve arrivare la sentenza definitiva: colpevole o innocente; se non arriva, chissà quale sarà la formula? Prescrizione, fuori tempo massimo, squalificato (il giudice…).
Come al solito, pur di cavare Berlusconi dai guai, un sacco di delinquenti resteranno impuniti, le parti offese saranno fregate alla grande e la povera gente resterà a marcire in galera.

Fino ad ora i processi che si facevano per primi erano quelli con detenuti. Sei dentro? Ti processo subito. Perché magari sei innocente, anzi sei senz’altro innocente fino alla sentenza definitiva di condanna; e allora non devi stare in prigione un minuto di più di quanto strettamente necessario; alla sentenza definitiva ci dobbiamo arrivare nel minor tempo possibile. Anche perché ci sono i termini massimi di carcerazione preventiva; e se non mi sbrigo a farti il processo, finisce che esci per decorrenza termine e poi tutti si indignano per i giudici fannulloni che scarcerano i mafiosi.

Adesso, però, i processi che si debbono fare per primi sono quelli per gli incensurati: perché più di 6 anni non potranno durare e se non mi sbrigo non li finisco in tempo. Solo che gli incensurati, in genere, non stanno in galera in attesa del processo; sono, come si dice, a piede libero; proprio perché sono incensurati. E tuttavia prima si processeranno gli incensurati perché poi non si può più; e dopo i detenuti, che c’è tempo. Intanto se ne stanno in galera, magari da innocenti. E se si tratta di mafiosi che escono per decorrenza termini, pazienza.

Se poi scomodiamo un po’ di dialetto, viene da dire guagliò, accà nisciuno è fesso. Perché, in 6 anni, per una guida senza patente, uno scippo, un oltraggio al vigile urbano un processo lo si fa di sicuro. I problemi cominciano quando si tratta di processare un incensurato (ma guarda che combinazione, Berlusconi, con le sue sei prescrizioni, è incensurato) per falso in bilancio o frode fiscale. Perché, se cominciamo con le rogatorie alle isole Cayman e i sequestri di documenti in qualche caveau dell’Ossezia, in sei anni arriviamo sì e no al primo grado.

Ultima chicca: con questo sistema, Berlusconi & C. sempre incensurati saranno perché un processo per i reati che commettono loro non si riuscirà a fare mai. E così sempre al processo breve avranno diritto; in un circolo infinito. Ma proprio per scemi ci prendono?

[Bruno Tinti , Il Fatto Quotidiano n°43 del 11 novembre 2009]

Influenza H1N1, tutti i dubbi sul vaccino


Test affrettati, buio su effetti collaterali e costi top secret.
Il governo: influenza A 10 volte più leggera della stagionale.

di Emanuele Perugini

“Il virus dell'influenza A è dieci volte meno aggressivo dell'influenza stagionale». Parola di Ferruccio Fazio, vice ministro alla salute che ieri a Roma ha voluto rassicurare ancora una volta gli italiani sul rischio legato alla diffusione del virus della influenza pandemica, l’H1N1. Un rischio blando che Fazio ha voluto ribadire. Eppure, nell’altalena tra rassicurazioni e input al panico, gli italiani continuano ad avere paura del virus ed è scattata ovunque la corsa al vaccino. «Secondo me e secondo l’opinione di molti altri ricercatori - tra cui anche quella di Luc Montagner, un’autorità in materia di virus - tutta questa ansia nei confronti del vaccino contro l’influenza pandemica è assolutamente ingiustificata» spiega Giovanni Maga, direttore del laboratorio di virologia molecolare dell'Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia. Ma ormai il gioco è fatto: in Italia sono state comprate 21 milioni di dosi per vaccinare il 40% della popolazione. Senza però poter conoscere quanto si è speso, perché, secondo l’interrogazione avanzata da Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale, il governo ha secretato i dettagli del contratto con Novartis.

Ne vale davvero la pena?

Come in tutti i casi in cui si parla di farmaci distribuiti su un gran numero di persone, occorre infatti effettuare una valutazione seria tra i rischi che si possono incontrare e i benefici che ci si attende di ottenere. In questo caso - spiega Maga - i rischi devono essere ancora valutati del tutto mentre i benefici sembrano non essere così tanto consistenti. Per far fronte alla emergenza pandemica le case farmaceutiche e anche le autorità sanitarie internazionali infatti hanno fatto una corsa contro il tempo. Sono state velocizzate le procedure e gli standard di valutazione. In Europa l’Emea - l’agenzia del farmaco, ha autorizzato 3 vaccini (diversi da quelli a cui è stato dato il via libera negli Usa). “I test per verificare sia l’efficacia che la sicurezza di questi prodotti - dice ancora Maga - sono stati effettuati su campioni ancora troppo limitati di persone per cui non si possono ancora conoscere nel dettaglio tutti i rischi legati ad una distribuzione su larga scala. Le autorità sanitarie lo sanno ed è per questo che è attivo a livello internazionale un servizio coordinato
dall’Organizzazione Mondiale della sanità che ha il compito di monitorare la situazione e, nel caso, di correggere il tiro”.

Per esempio proprio ieri questo Gruppo di esperti per la consulenza strategica per le immunizzazioni ha spiegato che i vaccini sono sicuri e che non servono due dosi per essere al riparo dal virus. Ne basta una. È già un'importante correzione di rotta, rispetto ai dati precedenti che invece indicavano due diverse somministrazioni.

Anche le singole autorità nazionali stanno monitorando l’evoluzione della situazione. Sempre ieri per esempio quella elvetica sui farmaci Swissmedic ha bloccato la somministrazione del vaccino prodotto dalla GlaxoSmithKein, il Pandemrix nelle donne in stato di gravidanza, nei minori di 18 anni e negli adulti over 60. L'incertezza è dovuta all'additivo AS03. “I dati attuali in nostro possesso riguardano esclusivamente gli adulti, non abbiamo alcun dato per le donne incinte e quelli per i bambini sono insufficienti”, spiega la Swissmedic.

"Purtroppo è così, non ci sono dati sufficienti - conferma Maga -. Gli altri due vaccini autorizzati in Europa, quello della Novartis e quello della Baxter contengono adiuvanti che sono stati già utilizzati nella fabbricazione dei vaccini contro le influenza stagionale e se ne conoscono tutti i rischi e i vantaggi. L’adiuvante scelto da GlaxoSmithKlein invece è stato usato solo in vaccini sperimentali contro l’aviaria per cui non è stato testato adeguatamente”.

Alla fine cosa fare? «Personalmente - dice il virologo - non credo che mi vaccinerò contro l’influenza A. Non rientro nelle categorie a rischio e non sono tra quelli che si vaccinano ogni anno contro l’influenza. Però ci sono persone, e sono quelle che fanno parte delle categorie a rischio, che devono essere protette. Per tutti gli altri invece è bene valutare attentamente».

[Emanuele Perugini, Il Fatto Quotidiano n°34 del 31 ottobre 2009]

Berlusconi: "Premier eletto dal popolo"


Un premier eletto direttamente dal popolo. Anche se per farlo bisogna modificare la Costituzione. Silvio Berlusconi rilancia la sua idea di un capo del governo con un'investitura diretta da parte dei cittadini. "Sarà il Parlamento nei prossimi mesi - spiega il premier - a definire quale sia il modello più adatto alla realtà italiana. Ciò che conta è che il titolare del potere esecutivo venga scelto direttamente dal popolo. E con lui la forma di governo. Di fatto, è quello che già succede nella costituzione materiale. E' ora che la costituzione formale sia aggiornata e messa al passo con la realtà del paese".

Tanto sapevamo già che qua voleva arrivare!!!!!

[repubblica.it, 4 novembre 2009]

Così uccide la camorra


Un omicidio al Rione Sanità. Il killer che arriva, l'ultima sigaretta della vittima, il padre che scappa con la bimba. L'intervento di Roberto Saviano.
Il video testimonia l'omicidio di Mariano Bacioterracino a Napoli, nel quartiere Sanità, l'11 maggio scorso. Le immagini sono state diffuse dalla procura sperando che aiutino a identificare i sicari.

E' scioccante!!!!

[repubblica.it, 29 ottobre 2009]

Tu quoque Deutsche


Sembra uno scherzo, invece è una pubblicità. La pubblicità di Deutsche Bank. É comparsa su alcuni quotidiani. Dice così: “Scudo Fiscale. Solidità, affidabilità, riservatezza sono alla base di ogni operazione finanziaria”.

La banca tedesca ci tiene a ispirare fiducia. Sceglie un cielo azzurro come sfondo e in primo piano un ponte, grande e bianco, che unisce due sponde: immaginiamo quella dei soldi prima e dopo il lavaggio dello scudo fiscale.
Il testo dell’annuncio va all’essenziale: “Deutsche Bank è una realtà solida, affidabile e riservata, con esperienza internazionale nelle operazioni finanziarie”. La parola chiave è “riservata”. Il messaggio è asciutto. Niente moralismi. Salvo che la morale, ieri sul “Corriere della Sera”, ce l’ha messa il caso: la pubblicità compariva nella pagina retta da questo bel titolo a nove colonne: “Fondi neri per ventidue milioni. Arrestati imprenditore e assessore”. Si parlava dell’industriale Giuseppe Grossi e di altri cattivi riciclatori. Quelli senza ponte.

[Pino Corrias, voglioscendere.it, 22 ottobre 2009]

"Mio marito Paolo ucciso dalla ragion di Stato"


Stragi e tattica: parla Agnese Borsellino. Dopo l’appello ad Annozero, la vedova del magistrato s’interroga sulle verità taciute. L’ex ministro Mancino insiste: “Non ho mai parlato con il giudice. Perché Martelli non mi disse nulla?”

Agnese Borsellino, vedova di Paolo, oggi assomiglia ad un’isola privata del suo mare che non ha perduto la speranza che le onde tornino a bagnarla. Parla di “Verità nascoste”, la puntata di Annozero. Delinea con la sua consueta signorilità il ritratto di chi ha perduto definitivamente la memoria e di chi la memoria la sta riconquistando pian piano. “Santoro e Ruotolo hanno fatto quello che i magistrati non sono riusciti a fare per 17 anni - dice - sulla bilancia sono stati messi i fatti e la bilancia ha smesso di pendere. Fatti che raccontano una storia molto pericolosa ancora da scrivere che sono stati affrontati con grande rigore etico. Credo che ora ognuno di noi abbia maggiori strumenti per accrescere la propria coscienza civica. Giovedì, a dimostrazione di quanto bisogno vi sia di un’informazione libera capace di spezzare la catena che protegge il muro di silenzio, sono saltati alcuni anelli”.


Per questo Liofredi, direttore di Raidue, voleva che quelle “Verità” restassero “nascoste”?

Ne sono rimasta colpita ma non meravigliata. Tuttavia preferisco non fare commenti e lasciare a chi legge e ascolta di trarre le considerazioni che vanno tratte.


Alcune memorie continuano a ad essere fuori uso. Altre, lentamente, iniziano a funzionare. Perché?

Perché i tempi sono cambiati. Forse ci si sente meno soli, nel senso di isolati, anche grazie al ruolo dell’informazione, almeno di una certa informazione onesta. Le parole smuovono le coscienze, agitano gli animi. Oggi la magistratura indaga in quella direzione. C’è una coscienza collettiva che sta prendendo consapevolezza e ricordare diventa più facile . Talvolta in questo Paese gli uomini tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi. Le loro coscienze sono troppo, troppo pesanti. E per volare nel cielo limpido della legalità bisogna essere leggeri dentro. Provo una certa tenerezza, sa, per loro. Mi appaiono bambini che balbettano parole appena imparate e muovono incerti i primi passi. Solo che, a differenza dei bambini, hanno perduto il piacere della scoperta, la freschezza della curiosità, il gusto di vivere in un Paese pulito”.


Si è mai trovata faccia a faccia con qualche “smemorato”?

Sì. E’ accaduto. Hanno farfugliato qualche parola di giustificazione non richiesta che ho lasciato cadere. A cosa serve dire loro ciò che già sanno? Il coraggio della verità, se lo si vuole, lo si può conquistare nel tempo, ma non lo si può inventare lì per lì.


C’è da dire che all’ombra degli eroi antimafia sono fiorite brillanti carriere.


Non voglio sentir parlare di mafia e antimafia. Chiacchiere da tempo perso. Tutte vittime, tutti eroi, come se fossimo accomunati dalla stessa storia. Non è così. Io non mi sento una vittima della mafia, non sono una vedova di mafia ma piuttosto una vedova di guerra. Sono una donna che ha perduto suo marito in guerra. Dunque, se mio marito è un eroe, è un eroe di guerra, perché quella che si è consumata è una guerra tra Antistato e Stato in cui ha vinto la ragion di Stato e…


E ?

E ragioni, interessi diversi. Mio marito ha continuato a lavorare di fronte ad una morte annunciata che lo rincorreva come una persona colpita dal cancro che sa di avere ancora poco tempo a disposizione. La morte non l’ha sorpreso eppure non è fuggito. Ricordo bene quando disse in tv che il tritolo per lui era già arrivato.


Diversamente da Di Pietro, avvisato e mandato all’estero, a suo marito nessuno disse nulla.


Lui lo aveva appreso dalle indagini che stava conducendo. Ripeto: lo disse in tv. Ma non accadde nulla. Ha combattuto con il valore della sola arma che possedeva: il senso dello Stato, di cui si sentiva un umile servitore. Un soldato che in quel momento si stava sacrificando sopra ogni forza per restituire giustizia alla morte del suo compagno di battaglia, Giovanni Falcone. Ne è seguito un attacco preventivo. Ucciderlo voleva dire eliminare un ostacolo che impediva il raggiungimento del fine.


Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?


No. Non è finita. Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità. Come può esserci pace in un Paese popolato ancora da ricattatori e ricattati? La mia fiducia è tutta dentro quel viso pulito, fiero di Cecilia, la ragazza di 14 anni intervenuta ad Annozero.Sapere che la morte di Paolo ha un senso anche per chi non era ancora nato è una gioia immensa che spero possa provare presto anche chi ancora tace.


“Vi chiedo in ginocchio di parlare” ha scritto nella lettera inviata ad Annozero.
Un appello disperato.

Vi prego di non dimenticare che non si è mai lontani abbastanza dalla verità per poterla trovare. Vuol dire che non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere: è giunto il tempo della verità.


Come riesce a gestire quel conflitto tra emotività e ragione?

Con l’aiuto della fede, la sola capace di quietare il dolore, facendo prevalere la logica per non smarrire la lucidità dell’analisi. Paolo non mi ha mai detto nulla e non ha lasciato documenti in casa volutamente per evitare di metterci in pericolo. Ma Paolo era mio marito, lo conoscevo bene, ci conoscevamo bene. Sapevo interpretare i suoi silenzi, i suoi umori, cogliere quella sua irrefrenabile voglia di vivere con una sola preoccupazione : fare la differenza. Lo ripeteva spesso, i miei figli sono intrisi delle sue parole: non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Ho rimesso assieme frammenti di ricordi: parole ascoltate da una telefonata, sguardi rubati tra porte socchiuse, silenzi improvvisi e immotivati, gioie spezzate dall’angoscia”.
L’eredità di Paolo Borsellino è una scuola di pazienza, come lo è il mare che insegna a mostrare mani che si sporcano su cui puoi contare, gesti che dicono da che parte sta il tuo cuore, respiri che regalano la sapienza del riconoscere l’anima di chi si incontra al di là delle vesti che indossa e le maschere che calza per essere altro da sé o per paura di non sapere volare.

[ Sandra Amurri, Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009]

La legge è uguale anche per lui


Dopo due giorni di discussioni, minacce e pressioni, la Corte Costituzionale ha detto chiaro e tondo (si spera, vedremo la motivazione) che la legge è uguale per tutti. Sarebbe bastato un minuto per ribadire l'articolo 3 della Costituzione, ma siamo in Italia e dunque ci son volute 48 ore. C'era qualche giudice costituzionale (6 su 15, si dice) che la pensava diversamente. Per fortuna è rimasto in minoranza. Berlusconi ritorna al suo status naturale, quello di imputato. E forse il presidente Napolitano rifletterà su quella firma in calce a una legge incostituzionale, una delle tante. E' bello avere un giornale libero per poterlo scrivere. E' bello sapere che abbiamo almeno un'istituzione di garanzia che non si è ancora venduta all'Utilizzatore finale.

[Marco Travaglio, l'Antefatto, 08 ottobre 2009]

Scudo Fiscale: appello al Presidente della Repubblica


Signor Presidente,

il Senato ha approvato l’emendamento Fleres alla legge che ha istituito lo scudo fiscale. Se anche la Camera lo approvasse, Lei resterebbe l’ultima difesa.

Signor Presidente, con questo emendamento una legge già odiosa diventerà uno strumento di illegalità. I beneficiati dallo scudo non potranno essere perseguiti per reati tributari e di falso in bilancio, il mezzo con cui sono stati prodotti i capitali che lo Stato “liceizza”; e intermediari e professionisti che ne cureranno il rientro non saranno tenuti a rispettare l'obbligo di segnalazione per l'antiriciclaggio; insomma omertà, complicità, favoreggiamento.

[l'Antefatto, 26 settembre 2009]

Primo numero de Il Fatto Quotidiano


Cari amici, come molti di voi sanno, alle 8 di questa mattina Il Fatto Quotidiano era già esaurito in tutte le edicole. Nonostante la giusta delusione dei tanti che non hanno potuto comprare il giornale, si tratta di una buona notizia. Stiamo monitorando le centinaia di messaggi che stanno arrivando nel blog e stiamo prendendo i necessari provvedimenti per far fronte alle vostre richieste.

In via del tutto eccezionale, e solo per oggi, mettiamo online il giornale in versione pdf, in modo che tutti coloro che non l’hanno trovato in edicola possano scaricarlo.

Domani raddoppiamo la tiratura, e mandiamo in edicola 200mila copie. Insieme al secondo numero, troverete anche una tiratura limitata del giornale di oggi, ma solo in alcune edicole. Su prenotazione all’edicolante potrete prenotare il primo numero anche nei giorni successivi. Ci scusiamo con i nostri abbonati alla versione online per i disguidi dovuti all'afflusso contemporaneo di migliaia di utenti. Risponderemo a tutte le segnalazioni relative all'abbonamento postale.

Ultima notizia: è in corso in queste ore la distribuzione straordinaria nelle edicole di Milano città. Abbiamo provato a fare lo stesso a Roma, ma purtroppo non è stato possibile. Insomma, non vi lasciamo soli. Vi chiediamo solo di avere un po' di pazienza in queste ore frenetiche.

Grazie per la fiducia che continuate a rinnovarci.

La direzione

[l'AnteFatto, 23 settembre 2009]

Scudo fiscale, sì del Senato


ROMA - "Nessun commento. Quando mi sarà trasmesso il testo da promulgare, approvato dal Parlamento, valuterò le eventuali novità". Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in merito all'approvazione della norma sullo scudo fiscale contenuta nel decreto correttivo alle misure anti-crisi. Il provvedimento è passato al Senato questa mattina. Ora dovrà essere approvato dalla Camera.

Numerose le polemiche sull'estensione della copertura dello scudo anche per i capitali i cui titolari sono accusati di falso in bilancio. Il Pd, dopo aver richiesto la presenza in aula dei ministri Alfano e Tremonti, non ha partecipato alle operazioni di voto. A favore si sono espressi Pdl e Lega. Contro hanno votato Udc ed Idv con l'eccezione di Luigi Li Gotti che in dissenso dal gruppo dipietrista non ha partecipato alla votazione.


Il Pd lascia l'aula. Dopo aver richiesto la presenza dei ministri Alfano e Tremonti per rispondere alle critiche dell'opposizione, il gruppo parlamentare del Pd ha lasciato l'aula. Per il senatore D'Ambrosio le nuove misure che ampliano lo scudo fiscale sono "un'amnistia e violano la nostra Costituzione". In particolare, D'Ambrosio ha puntato il dito contro le norme che ampliano alle imprese estere controllate o collegate la sanatoria, avallando "trucchi vecchi come il mondo". Inoltre, il senatore del Pd ha evidenziato come trattandosi di un'amnistia la norma dovrebbe essere approvata "dai due terzi del Parlamento e non con una legge ordinaria".


Anna Finocchiaro, capogruppo dei democratici a Palazzo Madama, ha commentato: "Era più onesto il cartello di Medellin. In violazione di tutte le norme, si fanno rientrare capitali sulla cui costituzione nessuno indagherà mai e a si garantisce l'anonimato, in spregio a qualsiasi norma di civiltà giuridica".

Protesta Idv. 'Mafiosi e evasori ringraziano', 'Governo anti-italiano'. L'Italia dei Valori ha protestato in aula esponendo cartelli con slogan contro la norma. Per il presidente dei senatori dell'Italia dei Valori, Felice Belisario, "il governo consegna il nostro Paese ai poteri forti, alle bande malavitose e anche ai terroristi oltraggiando lo stato di diritto. L'Italia è diventata un paese dove violare la legge è la regola"


Non accolte le richieste dell'opposizione. Nessuna delle questioni poste dalle opposizioni sul decreto correttivo, dalla richiesta di trasferirlo in Commissione Giustizia, o la presenza dei ministri dell'Economia e della Giustizia in Aula, è stata considerata accoglibile dal presidente di turno dell'Assemblea del Senato, Vannino Chiti. "C'è una distinzione fra questioni di merito politico e questioni relative a regolamento e procedure. Da quest'ultimo punto di vista - ha spiegato Chiti - il parere della Commissione Giustizia non è consentito dal Regolamento. Il voto dei due terzi del Senato rispetto a una presunta norma di indulto non è consentito poichè questo emendamento non si qualifica come indulto. E i precedenti condoni - ha ricordato Chiti - non hanno visto procedersi con maggioranze come quelle richiamate".

Quanto alla presenza in Aula di Tremonti e Alfano, per Chiti si tratta di questioni politiche. "Il governo - ha però spiegato Chiti - è qui rappresentato dal ministro Vita e ha fatto conoscere il suo parere. I governi - ha puntualizzato - quando si esprimono lo fanno nella loro collegialità. La presidenza - ha concluso Chiti - non può accedere per questi motivi alle richieste delle opposizioni"

[Republica, 23 settembre 2009]

SMEMORATI DI SINISTRA di Daniele Luttazzi


Nel marzo 2001 conducevo con successo (7 milioni e mezzo di spettatori) un mio talk-show satirico notturno su Rai2 intitolato Satyricon. In una puntata intervistai un giornalista allora sconosciuto che aveva pubblicato da un mese un libro di cui nessuno parlava. Il libro s'intitolava L'odore dei soldi e riguardava le origini misteriose dell'impero economico di Berlusconi. Parlammo dei fatti emersi nel processo a Marcello Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi, fondatore di Forza Italia (il partito di Berlusconi) ed ex-capo di Publitalia (la concessionaria di pubblicità di Berlusconi).
Berlusconi fece causa per diffamazione a me, a Travaglio, alla Rai e al direttore di Rai2 Carlo Freccero che con coraggio aveva mandato in onda l'intervista. Da me Berlusconi voleva 20 miliardi di lire. Quattro anni dopo quell'intervista, Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2005 ho vinto la causa e Berlusconi è stato condannato a pagare 100mila euro di spese legali. Insieme con Berlusconi, mi fecero causa anche Mediaset (5 miliardi di lire), Fininvest (5 miliardi di lire) e Forza Italia (11 miliardi di lire). Ho vinto tutti i processi. Quell'intervista non diffamava nessuno. Informava in modo corretto.
Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, durante una visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato «editto bulgaro»: disse alla stampa che Enzo Biagi, Michele Santoro e «quell'altro» avevamo fatto un «uso criminoso» della tv di Stato, pertanto lui si augurava che questo non si ripetesse. Sentire adesso Franceschini che, dopo i recenti attacchi di Berlusconi alla stampa, dice «Non vorrei che si passasse ad attaccare i singoli giornalisti» mi fa quasi tenerezza. Qualcuno avverta Franceschini che è tutto già successo.
Biagi, Santoro e io venimmo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero «autonomamente» di non riconfermare i nostri programmi tv. Giustificarono la cosa come «scelta editoriale». Il problema è politico.
La satira dà fastidio perché esprime un giudizio sui fatti, addossando responsabilità. Colpisce Berlusconi ma anche la religione organizzata e l'opposizione inesistente del Pd.
La libertà della satira in tv è libertà della democrazia. Neppure Rai3, i cui dirigenti sono di sinistra, mi ha mai chiesto di tornare in tv, in questi anni.
Il potere, in Italia, è suddiviso fra clan di destra e di sinistra. Scandali recenti hanno mostrato come questi clan si mettono spesso d'accordo sulla gestione della cosa pubblica, a livello locale e a livello nazionale. Lo stesso tipo di accordo precede le nomine dei dirigenti Rai. Il risultato è che la democrazia sostanziale è corrotta. La Rai attuale è piena di dirigenti che vengono da Mediaset, vere quinte colonne. Un anno fa, le intercettazioni telefoniche hanno mostrato come questi dirigenti si fossero accordati con quelli di Mediaset per una programmazione che favorisse Berlusconi in occasione dei funerali di Woytila e delle concomitanti elezioni. Berlusconi nel frattempo ha fatto una legge che proibisce la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche! Se questa legge fosse stata fatta dieci anni fa, nessuno conoscerebbe gli scandali politici, economici e sportivi più gravi della storia italiana recente.
Nel ventennio fascista l'unica agenzia di stampa era quella del regime, l'Agenzia Stefani: i giornali si attenevano a quello che scriveva l'Agenzia Stefani. I giornali liberi venivano chiusi e gli oppositori al regime perdevano il posto di lavoro, erano mandati al confino o peggio. Oggi non uccidono fisicamente gli oppositori, ma ti mandano al «confino mediatico»: ti tolgono gli spazi di espressione che avevi e che ti eri conquistato col tuo lavoro. Un esempio recente: a Berlusconi non piacciono Mieli e Anselmi? Mieli e Anselmi perdono il posto e nessuno fiata. Questa è la minaccia sempre presente.
Tutto origina dall'enorme conflitto di interessi di Berlusconi. È un capo di governo che ha aziende tv, imprese mediatiche, di assicurazione, di distribuzione pubblicitaria e cinematografica. Questo inquina la libertà del mercato. Un'inchiesta recente ha dimostrato che, da quando è al governo Berlusconi, molte aziende hanno tolto pubblicità dalle reti Rai per spostarle su quelle Mediaset.
Berlusconi inoltre controlla la politica economica e i servizi segreti. La sua influenza si estende su OGNI settore della vita italiana. È un potere di ricatto enorme. Uno dei pochi giornali di opposizione vera, questo che state leggendo, stenta a sopravvivere perché le aziende italiane non comprano spazi pubblicitari. Ecco un altro tipo di strozzatura. Non stupisce allora che i passi della quasi totalità della stampa e della tv italiana siano felpati. Il caso recente Lario/Noemi/D'Addario ha dimostrato una volta per tutte l'esistenza di una sorta di Agenzia Stefani contemporanea, prontissima a ubbidire alle esigenze del Capo e a massacrare la vittima di turno. Fra giornalisti e testate, la lista dell'inquinamento berlusconiano è lunga.
L'Italia è un Paese in cui vige un «fascismo light» che non mi piace per niente.
L'Italia è un incubo da cui mi auguro gli italiani si sveglino presto.
L'Italia è il Paese che amo.

[Daniele Luttazzi, il Manifesto, 17 settembre 2009]

Red carpet sui cadaveri


Il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto negli ultimi 150 anni va ripetendo in giro che la consegna di 47 chalet a 200 dei trentamila sfollati per il terremoto d’Abruzzo dopo appena 162 giorni rappresenta “il cantiere più grande del mondo”, nonché l’opera di ricostruzione più rapida e imponente della storia dell’umanità. Anche meglio della muraglia cinese e della piramide di Cheope. Non parliamo poi della bonifica delle paludi pontine e della battaglia del grano, che gli fanno un baffo.

A tenergli bordone c’è l’eccellentissimo Guido Bertolaso, il gran ciambellano della Protezione Civile nonché “uomo della Provvidenza” che tutto il mondo ci invidia perché senza di lui non sapremmo proprio come fare: anche lui si loda e si imbroda a proposito della ricostruzione più rapida e imponente eccetera. La stampa al seguito registra e rilancia. Peccato che non sia più in vita Indro Montanelli, che dopo il terribile sisma del 1980 in Campania e Basilicata, raccolse tra i lettori del suo Giornale (quello vero, non la tetra parodia oggi in edicola) un bel po’ di quattrini e consegnò ai terremotati di Castelnuovo di Conza un intero villaggio di nuove case, il “Villaggio Il Giornale”, inaugurato insieme all’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini 170 giorni dopo il sisma. Cioè soli 8 giorni dopo l’attuale ricostruzione più imponente e più rapida eccetera.
 
Ma ci fu anche chi arrivò molto prima: lo staff di Giuseppe Zamberletti, democristiano lombardo concreto ed efficiente, che senza essere sottosegretario a nulla, ma in veste di commissario straordinario di governo, mise a frutto l’esperienza maturata nel 1976 in Friuli e riuscì a consegnare 150 chalet (identici ai 45 inaugurati ieri dal premier, anche se a pagarli è stata la provincia autonoma di Trento, governata da Lorenzo Dellai, centrosinistra) alla popolazione di Ariano Irpino, che aveva appena pianto 300 morti, riuscendo a seppellirli solo tre settimane dopo. Quando avvenne la consegna? Qualcuno, sentita la premiata ditta B&B, nel senso di Berlusconi & Bertolaso, dirà: sicuramente non prima di 170 giorni, altrimenti gli annunci del presidente del Consiglio e del capo della Protezione civile sarebbero nient’altro che balle. E i giornali che le registrano senza batter ciglio sarebbero nient’altro che uffici stampa. Bene, tenetevi forte: Zamberletti consegnò ad Ariano i primi prefabbricati appena 60 giorni dopo il terremoto e le 150 casette con giardino dopo soli 122 giorni, dando un tetto permanente a 450 persone: la metà dei superstiti. Cioè impiegò ben 40 giorni in meno della ricostruzione più imponente e rapida eccetera, per fare il triplo del migliore presidente del Consiglio degli ultimi 150 e del capo della Protezione civile che tutto il mondo ci invidia.

Con tre lievissime differenze, fra il 1980 e oggi. Primo: il terremoto in Campania e Lucania si estese per quasi due regioni intere, fece 3 mila morti (10 volte quelli d’Abruzzo), 9 mila feriti e 300 mila sfollati. Secondo: all’epoca la Protezione civile non esisteva: i soccorsi erano coordinati dalla radio della Rai, con le telefonate in diretta degli amministratori e dei cittadini. Terzo: scalcinata fin che si vuole, l’Italia era ancora una democrazia. E anche il politico più infame avrebbe esitato un po’, prima di pavoneggiarsi a favore di telecamera su un red carpet di cadaveri.

[Marco Travaglio, l'Antefatto, 15 settembre 2009]

Le Procure complottano? Magari


Mentre muore Mike Bongiorno, il padre della televisione italiana, il killer della televisione italiana annuncia alla Nazione alcune buone notizie.

La prima è che non siamo ancora tecnicamente una dittatura perché “un dittatore di solito prima attua la censura e poi chiude i giornali” e lui s’è fermato per ora al primo punto del programma: i giornali, bontà sua, non li ha ancora chiusi. Anzi, “in questi giorni in Italia si è dimostrato che c'è stata la libertà di mistificare, calunniare e diffamare”, come dimostra il Giornale. Che naturalmente non è suo, ma del fratello Paolo: lui ne è soltanto l’utilizzatore finale.

La seconda è che le Procure di Milano e di Palermo “cospirano contro di noi”. Ora, che in questo povero paese ci sia ancora qualcuno che cospira contro il padrone di tutto, mentre la cosiddetta opposizione se ne guarda bene, è una notizia che induce all’ottimismo. Ormai si disperava che potesse ancora accadere. Si spera soltanto che sia tutto vero. Certamente Silvio Berlusconi è persona informata sui fatti e, se lo dice lui, bisogna credergli. Lui sa, per esempio, che la Procura di Milano sta chiudendo non una cospirazione, ma un’indagine giudiziaria che lo vede indagato dall’aprile del 2007 per appropriazione indebita (con conseguente evasione fiscale) insieme al presidente Mediaset Fedele Confalonieri e ad altre sette persone. L’indagine, di cui lui e i suoi legali hanno ricevuto copia della richiesta di proroga nell’ottobre del 2007 e che è “scaduta” alla vigilia delle ferie, è uno stralcio del processo che vede imputati Berlusconi e altri dinanzi al Tribunale di Milano per le “creste” sugli acquisti di diritti televisivi e cinematografici in America da parte di una miriade di società offshore del gruppo Fininvest-Mediaset. In quel processo (congelato dal lodo Alfano in attesa che dal 6 ottobre la Consulta si pronunci sulla costituzionalità o meno del Salva-Silvio) il premier è imputato per appropriazioni indebite da 276 milioni di dollari, evasioni fiscali per 120 miliardi di lire fino al 1999 e relativi falsi in bilanciori. L’inchiesta-stralcio che sta per chiudersi, invece, riguarda l’accusa – come ha scritto Luigi Ferrarella sul Corriere il 25 giugno scorso - di avere “mascherato la formazione di ingenti fondi neri” dirottati dalle casse Fininvest-Mediaset su “conti esteri gestiti dai suoi fiduciari”. Il tutto attraverso la solita compravendita di diritti sui film, negoziati – secondo l’accusa – a prezzi gonfiati con operazioni fittizie tra agenti (fra i quali il produttore egizian-americano Frank Agrama e l’italiano Daniele Lorenzano) e società riconducibili a Berlusconi ma occultate ai bilanci consolidati del gruppo. Un replay della vicenda già approdata in Tribunale, solo che quella si riverbera sui bilanci del gruppo fino al 2001, mentre questa si spinge anche negli anni successivi per via dell’ammortamento pluriennale dei diritti tv. Qui il Cavaliere è indagato per appropriazione indebita a proposito di 100 milioni di euro nascosti in Svizzera e lì sequestrati dai giudici milanesi nell’ottobre del 2005: un tesoretto occulto intestato al produttore Agrama sui conti di una sua società con sede a Hong Kong, la Wiltshire Trading. Secondo l’accusa, quei soldi non sarebbero di Agrama, ma di Berlusconi del quale il produttore non sarebbe altro che un prestanome o un “socio occulto”. L’inchiesta-stralcio prende nome da Mediatrade, cioè dalla società berlusconiana che dal 1999 è subentrata alla maltese Ims per l’acquisto dei diritti tv, e riguarda una serie di conti esteri dai nomi variopinti (“Trattino”, “Teleologico”, “Litoraneo”, “Sorsio”, “Pache” e “Clock”). Il Cavaliere sa bene che, scaduti in estate i termini per indagare, la Procura sta per depositare alle difese “l’avviso di conclusione delle indagini e deposito degli atti”: una mossa che, in mancanza di una richiesta di archiviazione, prelude alla richieste di rinvio a giudizio che lo trasformeranno da indagato a imputato.

Poi c’è Palermo. Qui il presidente del Consiglio ha voluto essere più preciso: “E' una follia che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del '92, del '93, del '94”. In realtà non c’è niente di folle a indagare sulle stragi politico-mafiose che hanno insanguinato l’Italia fra il 1992 e il 1993. L’unica follia è che, a 17 anni dalle bombe di Palermo, Milano, Roma e Firenze, non se ne siano ancora smascherati e ingabbiati i mandanti occulti, nonché gli autori e gli ispiratori delle trattative fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.

Ora le indagini paiono a buon punto, grazie alle rivelazioni di persone molto informate sui fatti, come il mafioso pentito Gaspare Spatuzza (dinanzi alle procure di Caltanissetta, Firenze, Milano e Palermo) e il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo Ciancimino. L’altro giorno, su Libero, Gianluigi Nuzzi parlava di importanti acquisizioni da parte di Ilda Boccassini, che indaga sulla strage di via Palestro del 27 luglio 1993, e della possibile riapertura del filone investigativo che aveva portato all’iscrizione di Marcello Dell’Utri (ma anche di Silvio Berlusconi) per concorso in strage. Intanto, la prossima settimana, riparte per il rush finale davanti alla Corte d’appello di Palermo il processo di secondo grado a carico di Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa: la Corte dovrà decidere se ammettere nel fascicolo processuale la lettera che – secondo Ciancimino jr. - Provenzano inviò a Berlusconi tramite Vito Ciancimino e Dell’Utri nei primi mesi del 1994, in cui prometteva appoggi politici in cambio della disponibilità di una rete televisiva, e in caso contrario minacciava un “triste evento” (forse il sequestro o l’uccisione di Piersilvio Berlusconi). Una possibile prova regina del ruolo di cerniera fra Cosa Nostra e Berlusconi svolto per decenni da Dell’Utri, rimasta finora nei cassetti della Procura grazie alla “distrazione” dei suoi vecchi dirigenti, ora fortunatamente sostituiti da gente più sveglia.

Nulla di segreto: tutto noto e stranoto, almeno nelle segrete stanze (giornali e telegiornali non si occupano di certe quisquilie). Noto, soprattutto, al Cavaliere. Il quale ha deciso di giocare d’anticipo. Così quando gli atti di Mediatrade saranno depositati a Milano e quelli di Palermo saranno acquisiti al processo Dell’Utri, lui potrà dire: ve l’avevo detto che stavano cospirando. Quella di oggi è un’esternazione preventiva. A orologeria.

[Marco Travaglio, l'Antefatto, 8 settembre 2009]

Tutti negli ospedali di Silvio il sabato sera


Il 23 agosto 2009 Berlusconi l'Africano si è recato negli studi di Nessma TV, in Tunisia, per partecipare alla trasmissione Ness Nessma. Nessma TV è un canale commerciale, diffuso nei Paesi del Maghreb mediterraneo, di cui Mediaset ha il 25%. Accappatoio Selvaggio ha promesso "con una totale apertura di cuore" a tutti i nordafricani in ascolto: "la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli, e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità". E' più forte di lui. Dopo le ville ai terremotati d'Abruzzo, lavoro, casa, scuola, benessere e ospedali ai maghrebini...


Conduttore: “Dall’attrattiva che esercita l’Italia sui maghrebini, si può passare all’immigrazione, soprattutto a quella clandestina che purtroppo fa migliaia di morti”
Berlusconi: “La cosa più terribile sono le organizzazioni criminali, che sono moltissime. Ben Ali oggi mi ha detto di 300 organizzazioni scoperte dalla polizia del vostro Paese. Sono persone che approfittano della speranza degli altri, delle persone che sono nella miseria e che vogliono donare a se stessi e ai propri cari un futuro migliore. E allora si affidano a persone che con imbarcazioni non sicure si mettono in mare e questo porta a tragedie ad ogni istante. Occorre combattere tutto ciò.
È necessario incrementare le possibilità per la gente che vuole tentare nuove opportunità di vita e di lavoro, occorre aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia e negli altri Paesi europei. Questo è ciò che voglio sia fatto, non solo in Italia, ma in tutta Europa. E poi bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che ha lasciato l’Italia e che è emigrato in altri Paesi, soprattutto in quelli americani. E allora questo ci impone il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una apertura totale di cuore. E di donare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli, e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità e questa è la politica del mio governo"
Conduttrice: “Siete incredibile presidente, non posso trattenermi dall’applaudire”

Tutti negli ospedali di Silvio il sabato sera
Filmato originale integrale: www.nessma.tv

[Blog Grillo, 3 settembre 2009]

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